On est bien près de tout croire quand on ne croit rien, scrisse Chateaubriand. Sicuramente la cosa sarà stata indagata dalla psicologia analitica, ma, detto terra terra, l’essere umano in media ha bisogno di un principio esterno a sé (in realtà interiorizzato) da prendere come punto di riferimento nella sua esistenza.
Con la morte delle grandi ideologie del XX secolo va bene qualsiasi cosa, qualsiasi petit récit o addirittura qualsiasi next big thing. Se si guarda all'attuale next big thing, si tratta dell'Intelligenza Artificiale.
Da un punto di vista di pura osservazione degli effetti di introduzione di una nuova tecnologia, si tratta di un processo devastante che non solo sta già espungendo dal lavoro chi operava nelle cosiddette aree creative (produzione di contenuti testuali o grafici). Il suo impatto generale nel settore del reclutamento è qualcosa di altrettanto epocale e su linkedin se ne coglie appena qualche barlume. Se ne parla poco ma una ricerca su Google "AI recruitment" vi restituirà una lunga lista di aziende che vendono sistemi AI destinati al reclutamento: non solo screening dei curriculum, ma anche talent scouting. Conseguenze? Si tratta di sistemi che funzionano cercando associazioni di keywords, con tutto quel che ne consegue. E l'allarme è stato già lanciato, quando il fenomeno era meno esteso di oggi, ma è evidentemente finito nel vuoto.
Poi ci sono le questioni di impatto ambientale, che l'AI advocacy minimizza, con rilevanti esempi recenti.
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| https://www.theguardian.com/environment/ng-interactive/2026/oct/22/finland-google-felling-trees-datacentre |
E non si possono non citare i crescenti problemi di cybersicurezza e le sempre maggiori preoccupazioni sulla sostenibilità finanziaria di questo business.
Al di là di questo ordine di considerazioni, è incredibile come il fenomeno sui media si riproduca esattamente nello stesso modo rispetto di altri che lo hanno preceduto.
Quella nell’AI è una fede nuova di zecca. Non mancano la teologia (l’AGI che sta per arrivare, anzi è già qui, anzi arriva il prossimo trimestre), l’escatologia (la singolarità, o l’apocalisse, a seconda della setta) e naturalmente il clero: i profeti, gli evangelisti di professione. Se l’algoritmo è l’oracolo, chi lo interpreta rende indistinguibile l'entusiasmo tecnologico dalla promessa messianica.
In un contesto del genere il motto fondativo della Royal Society Nullius in verba, ai primi tempi delle scienze galileiane, diventa mancanza di comprensione del fenomeno, ovvero mancanza di fede. Nel momento in cui si usa l'espressione "proprietà emergenti" non per individuarle e analizzarle, ma in modo da sottrarre il fenomeno a qualsiasi tipo di analisi quantitativa che non siano i benchmark, spesso sventolati come tavole della legge, si passa dalla tecnologia alla teologia, in scioltezza, senza soluzione di continuità. E l'artefatto smette di essere il prodotto di un sistema basato sulla statistica per essere rivelazione, manifestazione divinamente irreferente (come il Claude che "voleva vedere il mare" di Walter Veltroni).
E qui l’ironia è micidiale: sono state costruite macchine che producono, letteralmente, verba, fluenti, sicure di sé, grammaticalmente impeccabili, e c’è chi ci giura sopra senza nemmeno prendersi il disturbo di sapere che cosa c’è dietro. Il fenomeno ormai ha anche un nome, epistemia, neologismo circolato dal 2025 grazie al gruppo di Walter Quattrociocchi: la comoda illusione di sapere, prodotta da testi verosimili in cui la forma prende il posto dell’affidabilità. La definizione è cognitiva, ma a me pare che il fenomeno tracimi oltre i comportamenti (a)cognitivi individuali: quando la verosimiglianza viene scambiata per Verità, siamo più dalle parti della fenomenologia del sacro e degli idoli che della sociologia. E in materia sono state prodotte dichiarazioni fin troppo significative:

Fu durante quelle conversazioni che Mallaby comprese quanto il progetto di Hassabis andasse oltre la costruzione di sistemi informatici sempre più potenti. I due si incontravano spesso in un pub vicino alla casa del fondatore di DeepMind. Un giorno si sedettero invece in un parco: “Improvvisamente Demis cominciò a spiegarmi la vera ragione per cui vuole costruire l’intelligenza artificiale. ‘Per me è come avvicinarsi a Dio’, disse”. Hassabis proseguì: “Ho bisogno dell’intelligenza artificiale per capire la struttura della realtà. Se riesco a comprendere la realtà, che presumibilmente è stata creata da un essere intelligente che potremmo chiamare Dio, allora comprendendo la creazione di quell’essere intelligente mi sto avvicinando a Dio. È per questo che sto costruendo l’AI”.
Ovviamente qualcuno che opera nel campo del sacro ha avuto da dire qualcosa in proposito:
Le cosiddette intelligenze artificiali non vivono una esperienza, non possiedono un corpo, non attraversano la gioia e il dolore, non maturano nella relazione, non conoscono dall’interno ciò che significa amore, lavoro, amicizia, responsabilità. Non hanno neppure una coscienza morale: non giudicano il bene e il male, non colgono il senso ultimo delle situazioni, non assumono su di sé il peso delle conseguenze. Possono imitare linguaggi, comportamenti, valutazioni, possono simulare empatia o comprensione, ma non capiscono ciò che producono, perché non abitano l’orizzonte affettivo, relazionale e spirituale in cui l’umano diventa sapiente
Eppure, per quanto impeccabile, all'encliclica papale davanti al sorgere dell'intelligenza artificiale sfuggiva un dettaglio fondamentale: l'uomo per debolezza, interesse o fede riesce benissimo ad essere del tutto inumano, e in questi tempi ne abbiamo molte dimostrazioni.
Ma alla fine nel contesto presente ci si sforza di creare un nuovo dio illudendoci che sia a nostra immagine e somiglianza anche se la banale realtà dei fatti dice così non è. Ma questo nuovo dio parla, e in principio era il verbo - anche se nell'originale greco suona Ἐν ἀρχῇ ἦν ὁ λόγος , e λόγος non vuol dire semplicemente "parola". Forse è per questo che, senza uno straccio di prova, c'è chi si spertica ad affermare che l'Intelligenza Artificiale non valuta probabilità per fornire la risposta più plausibile ma pensa.
Nell'economia di questo discorso ogni critica o considerazione non conforme al dogma della AGI (che potrebbe benissimo stare per Grande Intelligenza Assoluta) viene liquidata a priori come luddismo. Questo faceva chi ha gridato alla "caccia alle streghe" quando sono venuti fuori sistemi per il check o l'etichettatura di contenuti creati con AI (è stato divertente vedere Substack correre ai ripari dopo aver introdotto l'AI check, dando la possibilità di disabilitarla per chi crea contenuti, e ancor più divertente notare chi ha subito usato questa opzione di default).
Qualcuno dice che con tutta la vicenda Intelligenza Artificiale ci stiamo muovendo in uncharted territories. Se così è, anche se i nuovi territori non sono stati mappati, il modo in cui ci si addentra in queste lande inespolorate mi pare incredibilmente familiare...

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