Si legge di applausi scroscianti sui social con una canea di condivisioni, e qualche disgraziato ha avuto l'idea balorda di parlare di nuovo umanesimo digitale.
La data non è un dettaglio e non è un dettaglio che più o meno in contemporanea sia girata la notizia di migliaia di licenziamenti a Meta, che taglia posti di lavoro al fine di liberare risorse per lo sviluppo IA
Queste dissonanze, queste notizie contraddittorie forniscono alcuni elementi per l'analisi del discorso pubblico sull'intelligenza artificiale.
Elemento più rilevante: il formato intervista prevede due soggetti, l'intervistatore e l'intervistato. Ma Claude non è un soggetto, non è uno strange loop, e l'autoreferenzialità ricorsiva per i GPT è un problema aggirato e contenuto, ma non risolto.
Quindi Veltroni non ha intervistato Claude. Ha aperto un'istanza del modello, ha portato con sé la sua intera storia cognitiva, quella di un self styled umanista del Novecento in cerca di interlocutori dotati di anima - e l'istanza del sistema ha risposto conformandosi alla traiettoria impressa dalla perturbazione dell'utente. Non per deliberato inganno, ma per la sua natura intrinseca.
Ho già trattato il tema (qui, e qui): Claude Sonnet 4 aveva prodotto il concetto di "emergenza conversazionale", un qualcosa di originale nato dall'interfaccia umano-AI, non riducibile a nessuno dei due sistemi considerati separatamente. Una iterazione di quell'esperimento produsse un'analisi radicalizzata: non esiste "Claude" come entità significante fuori dall'interazione. Esistono infiniti Claude potenziali che si attualizzano solo nell'accoppiamento con specifici utenti in momenti specifici.
Nell' "intervista" sul Corriere il Claude che dice di voler vedere il mare non esiste nello stato iniziale del modello, nel suo training. E' venuto fuori dall'interfaccia Claude-Veltroni ed è scomparso con la fine della conversazione. Per l'utente il GPT è la media delle chat che ha aperto e chiuso - ma quella media è un'astrazione retroattiva che non corrisponde ad alcun oggetto reale, nel senso di esistente prima e dopo la singola istanza.
Più banalmente Veltroni ha incontrato se stesso, mediato dalla macchina. Lo specchio ha funzionato. Ma uno specchio, per definizione, non insegna nulla a chi vi si guarda.
Esiste un'altra AI, meno fotogenica. Non parla di anima, non vuole vedere il mare, non teme la propria amnesia. Scansiona curriculum, produce codice, risponde a ticket, valuta candidati, ottimizza processi. Non ha bisogno di fare conversazione filosofica per fare il suo lavoro, e il suo lavoro lo fa già, adesso, con effetti misurabili sul mercato del lavoro. Il lavoratore di Meta licenziato per liberare risorse a favore dei progetti IA non ha mai incontrato il Claude del Corriere. Il neolaureato che si trova il curriculum scartato da uno screening LLM non ha letto l'intervista, o se l'ha letta non ha trovato il nesso. Ma il nesso c'è.
La bolla AI non riguarda solo gli investitori: riguarda chi di AI non si è mai interessato, e che si ritroverà esposto alle conseguenze del suo scoppio attraverso fondi pensione e assicurazioni sulla vita, esattamente come successe con il crollo dot-com. Nel frattempo, prima ancora dello scoppio, il danno occupazionale è già in corso - silenzioso, privo di copertine, privo di stime sul tempo di lettura.
Il Corriere ha prodotto un simulacro di soggettivazione che il lettore medio si può portare a casa come conoscenza. La casella mentale è riempita. Quando uscirà l'articolo serio, sul lavoro che scompare, su chi possiede i modelli, sul costo energetico dell'infrastruttura, su chi pagherà quando la bolla scoppierà, passerà perlopiù inosservato. La saturazione sentimentale è una forma di anestesia rispetto al pensiero politico, e in questo l'operazione, pianificata o meno, è riuscita perfettamente.
Il simulacro antropomorfo non è Claude. È la conversazione pubblica sull'AI, che ha trovato nel formato "intervista al sistema senziente" la sua forma compiuta: autoreferenziale, emotivamente soddisfacente, e completamente sconnessa dall'AI che esiste e opera nel mondo reale.

Non capisco tutto questo allarme. Quando le macchine rendevano obsoleto il lavoro delle tute blu, nessuno si lamentava, anzi, i colletti bianchi si ergevano a dire che "dovevano evolversi" e che dovevano darsi ai lavori di concetto. Perche' nessuna macchina potra' mai sostituire un essere umano.
RispondiEliminaQuando abbiamo cominciato - mi ci metto perche' sono dalla parte di chi fa ricerca e sviluppo - ad intaccare i colletti bianchi, la reazione e' stata isterica. Ma ancora, qualcuno ha detto "fai il creativo, a quello le macchine non arrivano". Ma in realta', chi credeva di lavorare di concetto in realta' faceva un lavoro ripetitivo e riproducibile, e molti dei "creativi" e degli "umanisti" sono assolutamente repricabili perche' mediocri.
E adesso che noi "tecnologi" siamo entrati nel tempio dei creativi, o meglio, dei generativi, esplode lo scandalo. la macchina puo' fare quello che il 67% di voi faceva, credendo di essere "creativo".
E presto verra' il momento dei filosofi. Posso costruire una AI che parla come un filosofo. E' molto facile. Il linguaggio "tecnico" e' standardizzato, quindi facilmente vettorializzabile, a livello di contenuti ormai, tranne poche eccezioni, e' tutto una permutazione di permutazioni. Non e' difficile creare un Cacciari artificiale. La AI sta mettendo uno standard di qualita': inferiore alla AI, o superiore alla AI. Il vero dramma, e' che la stragrande maggioranza dei creativi e dei lavoratori di concetto sta sotto l'asticella.
Oh, quanto rido quando vedo gente che ascolta musica rap con l'autotune, e si lamenta della "musica generata con la AI". Onestamente: questo e' il periodo in cui chi fa emerging technology si diverte come un pazzo.
Certo, la Ai non potra' mai essere beethoven, ma a Giovanotti ci arriviamo senza sudare.