Fine ottobre 2026 e 1.800 dipendenti di Biontech avranno ricevuto notizie sulla loro sorte.
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| https://www.faz.net/aktuell/wirtschaft/unternehmen/standortschliessungen-der-aufbruch-von-biontech-hat-seinen-preis-201273258.html |
Si tratta di lavoratori dei siti ex CureVac, quelli di Tübingen e Wiesbaden (dismissione entro fine 2027) e quelli di Marburg e Idar-Oberstein (entro il 2028). Se a qualcuno il nome CureVac non dice niente, è l'azienda che la Commissione Europea nel 2020 finanziò con 80 milioni per lo sviluppo di un vaccino antiCOVID, affiancandosi a un finanziamento di 300 milioni del governo tedesco. Ma il vaccino CureVac fallì in fase II. CureVac è andata avanti grazie ad una partnership con GSK, il cui maggior risultato è stato una azione legale in materia di brevetti contro Biontech/Pfizer, che si è di fatto conclusa con l'acquisto di CureVac da parte di Biontech nel 2025. Appena acquisita l'azienda Biontech cerca di rivenderla senza successo ed ora circa 1.800 dipendenti perderanno il posto. L’azienda ha concordato con il consiglio di fabbrica soluzioni "socialmente responsabili" e "condizioni di licenziamento migliorative" (Abfindungen). Secondo un documento interno del Consiglio Aziendale (organo di rappresentanza dei lavoratori nell'azienda), in possesso della FAZ, i lavoratori interessati riceveranno «condizioni migliori» rispetto allo standard tedesco (circa mezzo stipendio lordo mensile per ogni anno di anzianità), unite a indennità aggiuntive, ad esempio per chi ha figli. E ormai quelle che negli USA sono le "buste rosa", cioè le lettere di licenziamento, stanno arrivando agli interessati.
Giusto pochi giorni fa stavano per venire fuori novità. E' emerso che un consorzio di investitori (guidato da Peter Löw, con coinvolgimento di Alloy Therapeutics e altri) aveva presentato un’offerta fino a 20 milioni di euro per il sito di Tübingen, con l’intenzione di mantenere circa 500 posti di lavoro. L’offerta prevedeva però che BioNTech lasciasse oltre 200 milioni di euro di liquidità nel sito. BioNTech ha rifiutato, giudicando il piano non sostenibile.
Quindi per ora il conto degli esuberi resta 1.800 e le lettere di lincenziamento non si sono fermate.
Nel frattempo la produzione di vaccini di Biontech viene trasferita a Pfizer e i fondatori di Biontech, Uğur Şahin e Özlem Türeci, stanno trattando la loro uscita (prevista entro fine 2026) e lavorano alla creazione di una nuova società, Arife SE, con sede a Mainz come Biontech. Arife in teoria dovrebbe partire con la licenza su alcuni early candidates, mentre il grosso del know-how resterà in Biontech. Business as usual.
All'incirca della stessa entità (1.200) i licenziamenti GSK in Belgio, che riguardano i siti di Rixensart, Wavre e Gembloux, e intanto si è saputo che i 9.000 licenziamenti Novo Nordisk dell'anno scorso sono diventati 13.000 con altri 4.000 dipendenti che "hanno lasciato l'azienda", secondo le parole del CEO Mike Doustdar.
E questi sono solo gli esempi ad ora più eclatanti. Quel che ne risulta è un panorama che somiglia sempre di più alla crisi 2010-2012, con migliaia di lavoratori del settore che rimangono fuori (e qualcuno dice che il conto, in Europa, stia viaggiando verso alcune decine di migliaia).
La situazione ha provocato conseguenze bizzarre nel settore del reclutamento. Davanti a una moltitudine di candidati le aziende si bloccano, in un curioso mix di posizioni prima pubblicate e poi cancellate, causa budget azzerati e trimestrali di cassa, e altre che restano aperte per mesi, perché il reclutatore non si decide.
Il 2026 è di fatto alla fine e in molti si stanno chiedendo cosa succederà nel 2027, specialmente in Europa, sulla base dei semi avvelenati sparsi nel 2025, quando EFPIA (l'associazione europea delle industrie farmaceutiche) aveva esposto alla presidenza della Commissione Europea quello che stava per succedere, un esodo di ricerca e sviluppo e produzione verso gli USA. C'erano in ballo 103 miliardi di euro di investimenti. Era un effetto principalmente dovuto alle politiche trumpiane (reshoring e dazi). Al CPHI 2026 a Milano le CDMO (Contract Development And Manufacturing Organizations) hanno espresso gli stessi orientamenti: investimenti sì, ma negli USA.
Mettiamo da parte per un istante il punto di vista europeo e facciamo nostro quello americano: una soluzione al disavanzo USA quanto a fabbisogno di principi attivi farmaceutici? Non nel breve né nel medio periodo. Ma a settembre '26 le dichiarazioni quanto a investimenti in USA per il pharma (a scapito dell'Europa e di UK) sono arrivate a centinaia di miliardi di USD nell'ultimo biennio. E questo per un POTUS in crisi di consenso è oro, dal punto di vista della campagna elettorale per le elezioni di midterm. Ma al di là delle contingenze c'è il fatto che in passato certe politiche della prima amministrazione Trump furono proseguite da quella Biden (dazi per Cina, anche se oggi si parla di "tregua commerciale"). Non è escluso che quale che sia la prossima amministrazione USA, queste politiche di reshoring continuino, lasciando in Europa le attività a più basso valore aggiunto, quelle di formulazione e confezionamento (un settore che di fatto negli ultimi anni non è entrato in crisi, nel vecchio continente).
Tornando a questa sponda dell'Atlantico, tale è l'amara realtà dietro gli annunci dei successi nelle trattative sui dazi da parte della Commissione Europea nel 2025:
We have stabilised on a single 15% tariff rate for the vast majority
of EU exports. This rate applies across most sectors, including cars, semiconductors and
pharmaceuticals.
Ed è stato un successo epocale, davvero. Ma del resto l'unico obiettivo da perseguire era il riarmo europeo. E quanto a successi epocali non si può non notare che la guerra contro l'Iran ha finito per pesare su entrambe le sponde dell'Atlantico. Al che l'unico commento possibile è vecchio di più mezzo secolo: giocare col mondo facendolo a pezzi.










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