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giovedì 22 ottobre 2026

PHARMA, IL PESANTE SALDO OCCUPAZIONALE DELLA CRISI E LA GEOPOLITICA

 Fine ottobre 2026 e 1.800 dipendenti di Biontech avranno ricevuto notizie sulla loro sorte.

https://www.faz.net/aktuell/wirtschaft/unternehmen/standortschliessungen-der-aufbruch-von-biontech-hat-seinen-preis-201273258.html


Si tratta di lavoratori dei siti ex CureVac, quelli di Tübingen e Wiesbaden (dismissione entro fine 2027) e quelli di Marburg e Idar-Oberstein (entro il 2028). Se a qualcuno il nome CureVac non dice niente, è l'azienda che la Commissione Europea nel 2020 finanziò con 80 milioni per lo sviluppo di un vaccino antiCOVID, affiancandosi a un finanziamento di 300 milioni del governo tedesco. Ma il vaccino CureVac fallì in fase II. CureVac è andata avanti grazie ad una partnership con GSK, il cui maggior risultato è stato una azione legale in materia di brevetti contro Biontech/Pfizer, che si è di fatto conclusa con l'acquisto di CureVac da parte di Biontech nel 2025. Appena acquisita l'azienda Biontech cerca di rivenderla senza successo ed ora circa 1.800 dipendenti perderanno il posto. L’azienda ha concordato con il consiglio di fabbrica soluzioni "socialmente responsabili" e "condizioni di licenziamento migliorative" (Abfindungen). Secondo un documento interno del Consiglio Aziendale (organo di rappresentanza dei lavoratori nell'azienda), in possesso della FAZ, i lavoratori interessati riceveranno «condizioni migliori» rispetto allo standard tedesco (circa mezzo stipendio lordo mensile per ogni anno di anzianità), unite a indennità aggiuntive, ad esempio per chi ha figli. E ormai quelle che negli USA sono le "buste rosa", cioè le lettere di licenziamento, stanno arrivando agli interessati.

Giusto pochi giorni fa stavano per venire fuori novità. E' emerso che un consorzio di investitori (guidato da Peter Löw, con coinvolgimento di Alloy Therapeutics e altri) aveva presentato un’offerta fino a 20 milioni di euro per il sito di Tübingen, con l’intenzione di mantenere circa 500 posti di lavoro. L’offerta prevedeva però che BioNTech lasciasse oltre 200 milioni di euro di liquidità nel sito. BioNTech ha rifiutato, giudicando il piano non sostenibile. 
Quindi per ora il conto degli esuberi resta 1.800 e le lettere di lincenziamento non si sono fermate.

Nel frattempo la produzione di vaccini di Biontech viene trasferita a Pfizer e i fondatori di Biontech, Uğur Şahin e Özlem Türeci, stanno trattando la loro uscita (prevista entro fine 2026) e lavorano alla creazione di una nuova società, Arife SE, con sede a Mainz come Biontech. Arife in teoria dovrebbe partire con la licenza su alcuni early candidates, mentre il grosso del know-how resterà in Biontech. Business as usual.

All'incirca della stessa entità (1.200) i licenziamenti GSK in Belgio, che riguardano i siti di Rixensart, Wavre e Gembloux, e intanto si è saputo che i 9.000 licenziamenti Novo Nordisk dell'anno scorso sono diventati 13.000 con altri 4.000 dipendenti che "hanno lasciato l'azienda", secondo le parole del CEO Mike Doustdar.

E questi sono solo gli esempi ad ora più eclatanti. Quel che ne risulta è un panorama che somiglia sempre di più alla crisi 2010-2012, con migliaia di lavoratori del settore che rimangono fuori (e qualcuno dice che il conto, in Europa, stia viaggiando verso alcune decine di migliaia). 

La situazione ha provocato conseguenze bizzarre nel settore del reclutamento. Davanti a una moltitudine di candidati le aziende si bloccano, in un curioso mix di posizioni prima pubblicate e poi cancellate, causa budget azzerati e trimestrali di cassa, e altre che restano aperte per mesi, perché il reclutatore non si decide.

Il 2026 è di fatto alla fine e in molti si stanno chiedendo cosa succederà nel 2027, specialmente in Europa, sulla base dei semi avvelenati sparsi nel 2025, quando EFPIA (l'associazione europea delle industrie farmaceutiche) aveva esposto alla presidenza della Commissione Europea quello che stava per succedere, un esodo di ricerca e sviluppo e produzione verso gli USA. C'erano in ballo 103 miliardi di euro di investimenti. Era un effetto principalmente dovuto alle politiche trumpiane (reshoring e dazi). Al CPHI 2026 a Milano le CDMO (Contract Development And Manufacturing Organizations) hanno espresso gli stessi orientamenti: investimenti sì, ma negli USA. 

Mettiamo da parte per un istante il punto di vista europeo e facciamo nostro quello americano: una soluzione al disavanzo USA quanto a fabbisogno di principi attivi farmaceutici? Non nel breve né nel medio periodo. Ma a settembre '26 le dichiarazioni quanto a investimenti in USA per il pharma (a scapito dell'Europa e di UK) sono arrivate a centinaia di miliardi di USD nell'ultimo biennio. E questo per un POTUS in crisi di consenso è oro, dal punto di vista della campagna elettorale per le elezioni di midterm. Ma al di là delle contingenze c'è il fatto che in passato certe politiche della prima amministrazione Trump furono proseguite da quella Biden (dazi per Cina, anche se oggi si parla di "tregua commerciale"). Non è escluso che quale che sia la prossima amministrazione USA, queste politiche di reshoring continuino, lasciando in Europa le attività a più basso valore aggiunto, quelle di formulazione e confezionamento (un settore che di fatto negli ultimi anni non è entrato in crisi, nel vecchio continente).

Tornando a questa sponda dell'Atlantico, tale è l'amara realtà dietro gli annunci dei successi nelle trattative sui dazi da parte della Commissione Europea nel 2025:

We have stabilised on a single 15% tariff rate for the vast majority
of EU exports. This rate applies across most sectors, including cars, semiconductors and
pharmaceuticals.


Ed è stato un successo epocale, davvero. Ma del resto l'unico obiettivo da perseguire era il riarmo europeo. E quanto a successi epocali non si può non notare che la guerra contro l'Iran ha finito per pesare su entrambe le sponde dell'Atlantico. Al che l'unico commento possibile è vecchio di più mezzo secolo: giocare col mondo facendolo a pezzi.

lunedì 6 luglio 2026

GUERRE, BOLLETTE E CRISI INDUSTRIALI

Non se ne parla quasi più perché ogni nuova guerra con le sue conseguenze economiche pare cancellare le precedenti. Ma in Europa diversi settori industriali devono fare i conti con il prezzo dell'energia e in particolare con quello del gas naturale. E l'aritmetica è brutale:

Grafico su dati da puntienergia

In breve in Europa oggi il prezzo del gas è più del doppio di quello che era nel 2021 (ma in Cina il prezzo è circa la metà). E non solo: il picco 2022-2023 corrisponde a quella che ormai viene chiamata la crisi energetica del 2022, connessa alla guerra in Ucraina. La crisi provocò un picco di inflazione in Europa e USA.


Grafico da Eurostat



Nel blocco Europa+UK la situazione non fu uniforme:


Tabella su dati Eurostat


Guardando all'Europa occidentale, ci furono paesi che vararono misure per contrastare la situazione (Energy Allowance e simili) e paesi in cui ci furono scioperi per ottenere aumenti salariali che furono poi concessi. In Italia il peso della situazione non fu mitigato in nessun modo. L'inflazione è poi ulteriormente scesa, ma quella accumulata tra 2022 e 2023 rimane e senza andare a consultare il prezzo attuale del gas naturale la potete leggere sugli scaffali di un qualsiasi supermercato.

Di fatto il conto della guerra, estremamente salato, è stato pagato in bollette, ridotto potere di acquisto, crisi industriali, disoccupazione. In particolare è stato un altro chiodo piantato nella bara della chimica di base europea. 

Prima di rientrare in Italia per il Natale 2022 mi ero fermato in territorio teutonico. In una serata di vini del Reno e conversazioni uno dei convitati, e non era un elettore di AfD, mi disse: "L'attacco al Northstream è stato un atto antitedesco". La cosa era piuttosto evidente, ma la compagine dei partiti atlantisti tedeschi non la poteva ammettere. Il tema fu regalato quindi alla propaganda di AfD, contribuendo alle fortune di quel partito (Sahra Wagenknecht fu l'unica a sinistra a sottolinearlo, ma oggi si parla di una tolleranza parlamentare di BSW nei confronti di AfD per le elezioni in Sachsen-Anhalt). 

L'aspetto più grottesco di tutta la vicenda è che oggi, dopo anni di disinformatija europea (sono stati i russi, è stato l'atto autonomo di patrioti ucraini etc), dopo gli assurdi costi sociali sostenuti, si arriva al dunque e l'accusa riguarda letteralmente "crimini di guerra". Crimini di guerra perpetrati, se non con la connivenza, con la copertura dello stesso governo tedesco e delle élites europee tutte...

https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2026/07/02/la-procura-tedesca-accusa-le-autorita-ucraine-del-sabotaggio-di-nord-stream_8a3fb80a-1ea5-49d3-bd40-9243d24af23d.html

 

venerdì 29 maggio 2026

LA SITUAZIONE - PHARMA, INDUSTRIA, LICENZIAMENTI

La situazione è grossomodo questa:


 

Cioè quella già vista nei tempi peggiori (attorno al patent cliff 2012, per dire). Ma sembrerebbe che il ritmo delle ristrutturazioni stia calando:

Secondo un'analisi dei dati sui licenziamenti di Fierce Biotech, nel primo trimestre di quest'anno un totale di 33 aziende biofarmaceutiche ha annunciato licenziamenti o chiusure. Pur rimanendo elevato, questo numero è indicativo di una tendenza graduale al rallentamento dei tagli occupazionali, individuata da Fierce già nel settembre scorso.

Questa traiettoria discendente si era già manifestata con un analogo numero di 33 ondate di licenziamenti nell'ultimo trimestre del 2025, circa la metà dei 64 e 62 annunci registrati rispettivamente nel secondo e terzo trimestre dell'anno scorso.
Il 2025 è stato certamente un anno difficile, come dimostra una distinta analisi di Fierce Pharma: le 17 aziende farmaceutiche con un fatturato annuo di almeno 20 miliardi di dollari hanno complessivamente ridotto la propria forza lavoro di oltre 22.000 dipendenti nel corso dell'anno, mentre si avvicina un patent cliff da 300 miliardi.
Per contestualizzare adeguatamente gli ultimi dati, è però opportuno confrontarli con i primi trimestri degli anni precedenti. I 33 annunci del primo trimestre 2026 sono appena la metà dei 63 del corrispondente periodo del 2025, e significativamente al di sotto delle 57 e 58 ondate registrate nei primi trimestri del 2023 e del 2024.
Per trovare un livello analogo bisogna risalire alle 30 ondate di licenziamenti del primo trimestre 2022.

Da principio si pensava che la crisi occupazionale riguardasse solo le small molecules, come di solito succede in queste fasi, anche se le small molecules continuano a costituire la maggioranza della approvazioni FDA:

https://www.nature.com/articles/d41573-026-00012-w

Per andare nel dettaglio, si parla di questo:

https://drughunter.com/articles/2025-novel-small-molecule-fda-drug-approvals

E invece no, non si trattava solo di small molecules. La crisi occupazionale si è allargata alla vasta area dei farmaci biologici, dagli ADC (coniugati farmaco-anticorpo) alle terapie cellulari. 

Come al solito il capitalismo finanziario fa le sue scelte e sono le scelte più sbagliate. Ma chi fa tali scelte, come sempre, sarà al riparo dalle loro conseguenze. Come in tanti altri campi la storia si ripete, con gli  stessi identici meccanismi.

Personalmente nei tanti anni di lavoro che ho all'attivo ho visto (poche) decisioni corporate razionali sempre sopravanzate dalle decisioni che una razionalità industriale non la avevano. Uno dei casi storici eclatanti fu quando Merck mise nella lista degli asset da essere svenduti Keytruda, prima che fosse approvato. Per tacere del management GSK che volle comprare Sirtris contro il parere di quelli che in GSK avevano effettuato la due diligence.

Ma del resto pensate a un tipico caso di media grande impresa occidentale non public, cioè non quotata in borsa. E' spesso proprietà di un fondo di investimento e quando le cose vanno bene il fondo incassa dividendi. Ma quando le cose vanno male, tipo quando il tuo mercato di sbocco di sempre è governato d'un tratto da un branco di inqualificabili? Scatta lo stop loss, solo che non si parla di azioni ma di asset industriali. Un asset industriale, se non lo sapete, è principalmente fatto di persone.

Io non so se e quando questo periodo di vacche non magre, ma ridotte a scheletri, potrà continuare. Quello che vedo è che la maggior parte degli attori econimici, al riguardo, sta agendo come se non ci sarà un domani, o una ripresa.

L'industria farmaceutica è una cosa assai differente da quella dipinta da tanti, tanti che non hanno alcuna cognizione dell'oggetto di cui parlano. Ormai da quasi 30 anni, cioè da quando è diventata uno dei giocattoli della finanza, è estremamente volatile. Eppure l'industria farmaceutica occidentale è quella che tra cGMP e linee guida ICH garantisce che i cittadini occidentali abbiano farmaci rispodenti a un certo standard qualitativo, un standard alto. I governi che rimangono spettatori dell'ennesimo tentativo di suicidio di questa industria avallano un peggioramento dei livelli qualitativi dei farmaci destinati ai propri cittadini, cioè lavorano contro la salute pubblica delle proprie nazioni. E in un contesto di questo genere tutti i discorsi europei sulla ricostruzione di un'autonomia farmaceutica appaiono esattamente quello che sono: parole vuote.

lunedì 2 marzo 2026

INTELLIGENZA ARTIFICIALE: COME INFLUISCE SUL MERCATO DEL LAVORO

https://www.nytimes.com/2026/01/21/business/ai-hiring-tools-lawsuit-eightfold-fcra.html

 

Il New York Times del 21 gennaio riportava una causa legale intentata da un gruppo di candidati contro Eightfold AI, fornitore di software di screening AI per il recruiting, usato da grandi aziende come Microsoft, PayPal, Morgan Stanley e altre Fortune 500.

I querelanti, guidati da Erin Kistler e Sruti Bhaumik, sostengono che gli strumenti AI di Eightfold violino il Fair Credit Reporting Act (FCRA), la legge federale che regola le agenzie di reporting creditizio e consumer reports, e la corrispondente legge californiana (ICRAA). Secondo loro il sistema Eightfold raccoglie enormi quantità di dati personali da fonti come LinkedIn e altri siti (su oltre un miliardo di profili), crea "dossier" dettagliati e assegna punteggi da 0 a 5 sulla "probabilità di successo" di un candidato per un ruolo specifico. Questi punteggi fungono da base per le decisioni sull'esito della domanda per una posizione, funzionando come i report creditizi per l'erogazione di prestiti o carte di credito, ma senza rispettare obblighi FCRA: autorizzazione esplicita, disclosure dei dati, possibilità di contestare errori o inesattezze, senza notifiche riguardo il proprio status di "impiegabile".

I candidati vengono esclusi automaticamente prima di un contatto umano, senza feedback sul perché il loro punteggio è basso o su quali dati siano stati usati - dati spesso imprecisi, incompleti o male interpretati - ricordiamo che qualsiasi sistema di cosiddetta IA è soggetto ad errore. La causa, depositata il 20 gennaio 2026 nel tribunale superiore della Contra Costa County (California), è una class action che cerca di obbligare Eightfold a maggiore trasparenza e conformità (e a rifondere un danno tutto da quantificare).

Ma non finisce qui. A un evento di IBEC (Irish Business and Employers Confederation, praticamente la confindustria irlandese) è intervenuto il professor Joseph Fuller, fondatore e co-direttore del progetto Managing the Future of Work alla Harvard Business School, co-direttore di Harvard Project on the Workforce.

https://www.irishtimes.com/business/work/2025/10/22/ai-bias-in-recruiting-leading-to-shortage-of-top-candidates-ibec-event-told/


Il continuo sviluppo dell'IA avrà un impatto enorme, ma la sua applicazione nel settore delle assunzioni evidenzia finora sia i suoi pericoli che i suoi benefici, ha dichiarato alla conferenza il Prof. Joseph Fuller, specializzato in Management Practice alla Harvard Business School. Molti candidati altamente qualificati, tra cui molte donne, vengono esclusi dai processi di selezione nelle fasi iniziali a causa di filtri arbitrari, ha aggiunto.

Se c'è una cosa a cui i decisori del privato capitalista non sanno resistere è l'hype sull'ultimo strumento per lo streamlining - che tradotto significa meno forza lavoro e meno costi. Questa faccenda dell'IA nel reclutamento ha iniziato espellendo i lavoratori destinati allo screening dei profili, cioè il livello più basso. Ora la questione sta lentamente crescendo. A detrimento delle stesse aziende che usano questi strumenti? Anche, e certo non è una novità, nonostante quanti continuano a predicare il mercato come governato da agenti razionali.

 

lunedì 9 febbraio 2026

20 ANNI FA L'EUROPA DECISE LA CRISI DI OGGI

https://www.huffingtonpost.it/economia/2026/02/06/news/se_svuotata_la_farmacia_del_mondo_leuropa_ha_perso_un_primato_e_sviluppato_una_dipendenza-21143650/

"Negli ultimi vent’anni l’Europa ha perso progressivamente centralità nel farmaceutico -
sostiene Andrea Corazza, executive director di Menarini - il 25 per cento degli investimenti
globali si è spostato fuori dall’Ue, la quota di trial clinici è scesa dal 25,6 per cento al 19,3 per
cento e quella di farmaci innovativi sviluppati in Europa dal 50 per cento al 20 per cento. La
perdita di competitività è ormai strutturale, aggravata dal contesto geopolitico e dalla
competizione con Usa e Cina”. I dazi di Donald Trump aggravano la situazione, anche se
l’accordo raggiunto a luglio tra Ursula von der Leyen e il presidente americano li limita al 15
per cento. Prima della guerra commerciale, i farmaci europei esportati negli Usa non erano
soggetti a dazi o comunque con percentuali molto basse.

Che dire al riguardo? Che 20 anni fa la stessa Europa, in nome del taglio della spesa farmaceutica, aveva innescato un processo dalle conseguenze piuttosto ovvie, spalancando porte e finestre ai produttori asiatici di farmaci, con cui nessuna azienda occidentale poteva competere? O meglio: nessuna azienda occidentale poteva competere con regole che di fatto la discriminavano economicamente.

Il crollo iniziò precisamente nel 2004, quando la Direttiva 2004/27/CE aprì il mercato europeo a produttori di API non approvati né ispezionati da EMA o FDA. La successiva Direttiva 2011/62/UE non corresse il tiro, ma introdusse il concetto grottesco di 'equivalenza' autocertificata: le autorità dei paesi terzi garantiscono da sole che i loro standard sono equivalenti a quelli europei. Un sistema di certificazione che FDA non avrebbe mai neanche considerato (grottesco non è un aggettivo usato a caso).
L'obiettivo era chiaro: tagliare la spesa farmaceutica e farlo con il crollo dei prezzi dei farmaci generici. Obiettivo raggiunto. In Italia, per esempio, tra il 2004 e il 2014, la spesa farmaceutica pubblica scese del 70%. Il prezzo di questo "successo" ? La distruzione della capacità produttiva europea. 

Ovviamente nell'articolo sull'Huffington Post si parla anche del 15% di dazi sui farmaci innovativi europei che entrano in USA, un problema serio, ma commentando come se fosse stata una vittoria della Commissione Europea nel contenimento del danno...

Chi mi ha inoltrato l'articolo mi ha fatto notare che la politica sta scoprendo l'acqua fredda (perché con quella calda sarebbe un affare già troppo complicato), ma personalmente non posso cogliere lo stesso schema di quello che sta succedendo con l'industria chimica di base europea.

Eppure, 20 anni fa, quando quelle decisioni furono prese, le stessa industria europea (EFPIA) presentò le sue eccezioni, senza avere nessuna risposta (per tacere dei costi occupazionali dell'operazione). Ma ehi, era il mercato, baby, e quello era il mercato come lo si era voluto ai tempi della globalizzazione. Oggi le conseguenze di quelle scelte sono ancora tutte al loro posto, ma il vento della geopolitica è profondamente cambiato. E una intera classe dirigente continentale si ritrova con problemi continentali impossibili da gestire (per pura pietà non parlo del dettaglio italiano, dove il concetto di "industria strategica" era diventato già desueto negli anni '90).

Mi ricordo di aver letto in passato  cose come "la globalizzazione è irreversibile". Certo, la globalizzazione era irreversibile, il suo prezzo è stato pagato in deindustrializzazione e disoccupazione, e non c'era bisogno di alcun piano B. Oggi di quel piano B ci sarebbe un gran bisogno, ma nessuno sa dove mettere le mani.
 

giovedì 5 febbraio 2026

I "TEMPI INTERESSANTI" DEL PHARMA GLOBALE

 


Il settore farmaceutico e biotecnologico globale sta attraversando uno dei periodi più turbolenti della sua storia più recente. Tra il 2022 e il 2025 l’industria ha vissuto una fase di contrazione profonda, segnata da tagli occupazionali e ristrutturazioni. Il ciclo negativo ha colpito in pari misura grandi farmaceutiche globali, CRO e CDMO, creando un paradosso evidente: mentre alcuni nuovi blockbuster generano ricavi miliardari, migliaia di professionisti perdono il lavoro. E i tempi delle vacche magre non sono ancora finiti, anche se il mercato del lavoro nel settore continua a mostrare flebili segni di vita

Il 2022 ha segnato l’inizio del declino. Dopo il boom pandemico del 2020-2021, trainato dai vaccini e dagli antivirali COVID-19, nonché dall’accelerazione della ricerca biotech, il mercato ha iniziato una brusca correzione. La maggioranza delle biotech non ha prodotti sul mercato e vive di finanziamenti: per loro il rialzo dei tassi di interesse base delle banche centrali occidentali (FED, BCE) è stato tossico, spesso letale. Molte hanno reagito tagliando costi, personale e programmi di sviluppo, ovviamente quando non sono finite al cimitero. Questo ha avuto un effetto a cascata su CRO e CDMO, che si sono ritrovate con capacità in eccesso e programmi di espansione saltati o sospesi a tempo indeterminato. I licenziamenti nelle CRO sono stati un leit motiv degli ultimi anni.

Nel 2023 la crisi occupazionale si è aggravata. I licenziamenti sono aumentati sensibilmente e hanno coinvolto non solo le piccole biotech, ma anche grandi player dei servizi. Il rallentamento dei trial clinici e la fine dell’urgenza pandemica hanno ridotto ulteriormente la domanda. Parallelamente, alcune farmaceutiche globali hanno iniziato a riinternalizzare attività prima esternalizzate, comprimendo ancora di più il mercato dei servizi. L’attenzione si è spostata quasi esclusivamente su efficienza operativa e riduzione dei costi.

Il 2024 non ha portato lo sperato rimbalzo. I tagli occupazionali sono proseguiti e in alcuni casi si sono intensificati. Le CRO e i CDMO hanno subito una doppia pressione: budget ridotti o evaporati delle biotech, la sospensione dei loro progetti di sviluppo e l'ottimizzazione aggressiva dei fornitori da parte delle big pharma. La durata prolungata della crisi ha iniziato a erodere la fiducia e a spingere talenti esperti verso altri settori.

Il 2025 ha rappresentato l’anno più paradossale. Da un lato, i farmaci anti-obesità di Eli Lilly e Novo Nordisk hanno generato vendite straordinarie; dall’altro ristrutturazioni sono continuate con un 5% di aumento rispetto ai brutti dati del 2023. Si aggiungano il patent cliff prossimo venturo e i dazi USA sui farmaci innovativi e il quadro è completo, nonché poco rassicurante (i dazi di fatto sono una tassa del 15% sui prodotti innovativi esportati verso gli USA).
Si noti bene: mentre sul versante della chimica di base la crisi è prima industriale e poi occupazionale, nel caso del farmaceutico è in primis occupazionale. Pfizer e Novo Nordisk non hanno licenziato perché in crisi, ma per garantire o massimizzare i profitti degli azionisti. Il caso di Novo Nordisk è assolutamente eclatante.

A dicembre 2025 FDA ha approvato la formulazione orale del semaglutide di Novo ad alto dosaggio contro l'obesità, sei anni dopo la prima formulazione orale di un peptide mai approvata (2019, sempre Novo Nordisk, sempre semaglutide, basso dosaggio in funzione antidiabetica). Vero che l'azienda è in un testa a testa con Eli Lilly, che attende una decisione FDA su Orforglipron, agonista GLP-1 non peptidico, altra pillola anti obesità, ma a regola le due aziende dovrebbero dividersi un mercato estremamente redditizio. Novo, in questo quadro, ne ha licenziati 9.000, pur avendo fatto una trentina di miliardi con gli agonisti GLP-1 nel 2024 (nessun licenziamento significativo da parte di Lilly per ora).

A leggere i primi pareri sull'outlook per il 2026 sembra di assistere a una replica di quelli del 2025: AI, streamlining, ottimizzazione. La mia personale impressione è che nessuno abbia mezza idea di quel che c'è davanti. Perché da una parte i dazi trumpiani penalizzano le produzioni a più alto valore aggiunto effettuate in Europa, dall'altra il BIOSECURE act, per quanto depotenziato, dovrebbe diventare legge. Infine  nella mia esperienza questi cicli difficilmente durano più di cinque anni. Alla J.P. Morgan Healthcare Conference di gennaio 2026 si è manifestato un cauto ottimismo parlando molto di IA, patent cliff, inlicensing e purtroppo di fusioni e acquisizioni (sinonimo di licenziamenti). Quel che nessuno può anticipare è quale sarà il paesaggio offerto da questa industria nel 2027. Perché un patent cliff al rallentatore è appena iniziato e a naso gli atteggiamenti non sono così diversi da quelli che ci furono in vista di quello del 2012. Che fu abbastanza disastroso, ma allora la geopolitica era fuori dal quadro.

 

lunedì 19 gennaio 2026

LA CRISI DELLA CHIMICA DI BASE EUROPEA, DAL MICRO AL MACRO


Quando dopo 10 giorni le minime sono rapidamente salite da -6 a 4 gradi al mattino l'alba tardiva lasciava vedere il ghiaccio rimasto nei boschi spogli sul fianco delle colline. Il vento portava in giro un drizzle finissimo, un aerosol di pioggia che si muoveva confusamente, rendendo gli ombrelli del tutto inutili.

Nel polo chimico hanno chiuso uno degli impianti. 150 persone rimaste senza lavoro, dagli operai ai dirigenti. Facendo due passi attorno all'isolato dopo pranzo ho incrociato uno di loro. Parlava con il proprietario della ditta di lubrificanti, davanti al loro ingresso principale. Cercava quella del laboratorio di polimeri per coating, una sua vecchia conoscenza, per discutere possibilità di impiego. Ma lei e il suo laboratorio sono spariti un anno e mezzo fa. Lo aveva messo su quando aveva perso il lavoro in un big della chimica di base. Assumeva giovani chimici con contratti di sei mesi che non venivano rinnovati. Poi ha trovato una nuova posizione, a Saudi Aramco, stipendio oltre le sei cifre, ha chiuso la baracca in fretta e furia e non si è più fatta vedere, lasciandosi dietro debiti e rifiuti. Agenti del recupero crediti per mesi hanno battuto l'isolato chiedendo di lei. Lo stesso ha fatto il tipo di una ditta di logistica, che si era ritrovato svariati pancali di materie prime e rifiuti abbandonati nel proprio magazzino.

Quello dei lubrificanti mi ha coinvolto nella conversazione. L'uomo in cerca di lavoro era un chimico polimerista oltre i 50 anni, capelli grigi, vestito in modo dimesso al limite del trasandato: un topo di laboratorio che aveva passato la vita davanti a una cappa, in un edificio circondato da quegli impianti su cui di notte si accendono piccole luci che li fanno sembrare una bizzarra città. Gli ho detto che da noi non ci sono posizioni aperte, di sentire quelli dei siliconi, due isolati più avanti.

Guardandolo ho pensato che, per quanto diversi, avrei potuto essere lui. O meglio, avrei potuto trovarmi nella sua stessa condizione. Il fatto di non essere nei suoi panni non mi ha sollevato.

L'industria chimica europea di base — petrolchimica, olefine, polimeri, solventi, la spina dorsale di tutto — è in fase terminale. Non è retorica: Cefic, la federazione delle associazioni chimiche europee, parla di "fase critica" e rischio di deindustrializzazione accelerata. Dal 2023 sono stati chiusi almeno 21 grandi siti, oltre 15 milioni di tonnellate di capacità persa. Altri 350 complessi sono a rischio nei prossimi anni.

I motivi sono noti, ma nominarli tutti insieme non è polite, perché rivela quanto la situazione sia insostenibile: il gas naturale costa in Europa 2,5-3 volte più che negli USA (guess why?), e in alcuni processi l'energia può essere il 70-80% dei costi variabili. La Cina continua a costruire impianti con sussidi statali e standard ambientali molto meno stringenti di quelli europei. Le importazioni a basso costo erodono margini già azzerati. Nel frattempo l'ETS (European Union Emission Trading System), il Green Deal aumentano i costi di compliance senza che i concorrenti extra-UE abbiano oneri equivalenti. Misure come il CBAM (Carbon Border Adjustment Mechanism) si sono rivelate del tutto insufficienti a mitigare il danno. Serve compensazione energetica diretta o dazi veri sul carbonio incorporato. La via di mezzo attuale è solo ipocrisia davanti a una deindustrializzazione al rallentatore.

La recente Critical Chemicals Alliance (CCA)? Too little, too late: un esercizio di dialogo tra stakeholders che non cambia di una virgola le cause strutturali della crisi, determinate in larga parte dalle stesse politiche europee. 

La produzione UE27 è calata del 12% tra 2019 e 2023. Nel 2025 un altro -2,5%. Gli impianti girano al 9,5% sotto la capacità pre-crisi. Il surplus commerciale della chimica europea è crollato di quasi 7 miliardi nei primi otto mesi del 2025.

Quel chimico polimerista dai capelli grigi era solo uno dei 150 dell'impianto chiuso. Potrebbe diventare solo uno dei 200.000 che perderanno il lavoro nei prossimi cinque anni.

PS: La chimica di base non è il mio settore, ma sul mio settore ha un impatto non trascurabile, per esempio con i prezzi dei solventi.

 

venerdì 9 gennaio 2026

PER IL PETROLIO PIU' SPORCO DEL MONDO - 3- LETTURE DELLA PRODUZIONE VENEZUELANA

 

Fonte: https://www.eia.gov/international/analysis/country/VEN 


Ecco lo storico della produzione petrolifera del Venezuela a partire dagli anni 90. 

E c'è chi lo interpreta, per esempio, dicendo che dal 1990, con l'Apertura Petrolera di Pérez, la compagnia petrolifera statale venezuelana, PDVSA, forma joint ventures con Chevron, ConocoPhillips, Exxon (e Total, Equinor, BP) e la produzione decolla fino ad arrivare a 3,5 milioni di barili al giorno. Nel 1998 Hugo Chavez viene eletto presidente, e comincia il declino a causa della nuova nazionalizzazione delle risorse petrolifere, di politiche fallimentari e della crescente corruzione inizia un lento declino. Quando Chavez muore nel 2013 Maduro gli succede e le cose vanno di male in peggio, Nel 2014 il crollo dell'economia, l'aumento della povertà, della criminalità e la penuria di generi alimentari provocheranno una serie di grandi e diffuse proteste. Nel 2016 le proteste si tramuteranno in sommosse che Maduro reprimerà duramente. Nel 2017 a causa di tutto questo arriva un primo pacchetto di sanzioni USA e EU. Maduro rimane al suo posto e nel 2019 arriva una seconda tranche di sanzioni. Nel frattempo l'industria estrattiva venezuelana è stata ridotta a un rottame a stento in grado di mantenere un terzo dei livelli di produzione del 1998. Il resto è cronaca recente.

Ma un'altra storia potrebbe forse essere raccontata da quanti a ENI hanno gestito e gestiscono le operazioni della compagnia italiana in Venezuela, dove entrò proprio con l'arrivo di  Chavez alla presidenza, nel 1998, e dove rimane, nonostante le sanzioni, a differenza di quel che ha fatto Total...

Oppure la storia può essere raccontata dal punto di vista delle tormentate vicende di una monocoltura latinomericana, non diversa dalle "repubbliche delle banane" dell'inizio del 1900: l'export venezuelano è costituito al 95% da petrolio anzi, da un petrolio con pochi sbocchi commerciali. Con l'Apertura Petrolera si stabilì un quadro in cui PDVSA era minoranza in tutte le joint ventures (tra il 30% e il 49,9% e le joint ventures pagavano l'1% di royalties (cioè niente) per i primi 9 anni, poi sarebbero passate al 16,67%. Quindi potete osservare il boom della produzione petrolifera venezuelana degli anni '90 e concludere facilmente che, al netto degli investimenti nell'estrazione, più della metà di quei profitti andarono a finire negli USA. Chàvez arriva alla presidenza di un paese con indice di Gini di 0.49 (altissime diseguaglianze), e alza le royalties al 16.67% nel 2004 (in anticipo) e poi al 30% nel 2006 (e Exxon e ConocoPhillips se ne vanno, sbattendo la porta, ma le altre restano). La produzione ha una flessione, ma allo stato venezuelano arriva il 70% del valore del petrolio, che va a finanziare programmi di welfare (istruzione, sanità, casa) riducendo l'indice di Gini del paese a 0,39 - il più basso dell'America Latina, all'epoca. Poi Chavez muore, gli succede Maduro che in capo a un anno si ritrova in una situazione da incubo: il barile di petrolio, che era a 100 dollari e più, precipita a 30 dollari: il budget dello stato venezuelano viene ridotto del 70% e il Venezuela non è autonomo per la produzione dei generi di prima necessità, nonostante la riforma agraria chavista, l'indice di Gini ritorna al punto di partenza. Quindi inflazione, penurie alimentari, manifestazioni e alla fine le sommosse, seguite dalla repressione, emigrazione massiccia. Nel 2017 arriva il primo pacchetto di sanzioni, USA ed europee, che rende impossibile o quasi il finanziamento bancario a PDVSA. Le conseguenze sono immediatamente visibili sul grafico. Le successive sanzioni del 2019 sono semplicemente i proverbiali chiodi nella bara. La risalita a partire dal 2020 è guidata dal mercato cinese e dall'intervento russo, ma a partire dal 2017 non ci sono quasi più risorse per la manutenzione degli impianti.

E così si arriva alla situazione attuale, sintetizzata da questa cartina e il nuovo capitolo è tutto da scrivere. Sappiamo chi vuole scriverlo e come vuole scriverlo, ma nessuno sa cosa accadrà davvero.

















In ogni caso, riguardo a quel che si racconta, è chiaro che per chi arriva in una nazione per estrarre una risorsa naturale la situazione ottimale sia ricavarne il massimo profitto, remunerando quella nazione con poco, meglio pochissimo, se possibile niente. Condizioni che non sono mai un bene per la maggioranza dei cittadini di quella stessa nazione. Un tempo qualcuno, alla guida di un'azienda petrolifera, pensò che la situazione migliore per lavorare con quelle nazioni fosse offrire condizioni più eque, ma la sua vita si spense in quello che, a tutt'oggi, resta ufficialmente un incidente aereo.


















mercoledì 7 gennaio 2026

PER IL PETROLIO PIU' SPORCO DEL MONDO (VENEZUELA E GREGGIO DELL'ORINOCO)- 2

Sto leggendo innumerevoli commenti che paragonano le attuali riserve di greggio del Venezuela con quelle dell'Arabia Saudita. E si tratta di un nonsenso.

Il petrolio saudita è prevalentemente light sweet, bassa viscosità, alto tasso di idrocarburi leggeri, basso contenuto di zolfo. Può essere lavorato da qualsiasi raffineria in qualsiasi parte del mondo.

Le attuali riserve venezuelane sono invece extra heavy sour oil , altissima viscosità, altissimo tasso di idrocarburi pesanti, alto tasso di zolfo (e di metalli pesanti). Le capacità per raffinare questo greggio non sono diffuse, ma altamente concentrate da un punto di vista geografico: area USA del Golfo del Messico, India, Cina. In Europa un greggio del genere può essere raffinato a Rotterdam (ExxonMobil, Pernis, BP Rotterdam), il resto è trascurabile.

E questo fa una grande differenza perché l'adattamento di impianti esistenti per lavorare l'extra heavy sour oil è costoso e il costruirne di nuovi già adatti costosissimo, specialmente dove le leggi ambientali sono più stringenti.

Tutta questa questione nasce dal fatidico "prima venne la tecnologia". Quando venne installata e dove?

La crisi petrolifera del 1986, nota anche come "controshock petrolifero" o "oil glut degli anni '80", non fu un aumento dei prezzi come le crisi del 1973 e 1979, ma un drastico crollo del prezzo del greggio, che passò da circa 27-30 dollari al barile alla fine del 1985 a meno di 10 dollari nel luglio 1986. Paradossalmente i prezzi bassi (e considerazioni geopolitiche, come la riduzione della dipendenza dal petrolio medioorientale) favorirono in USA le poche raffinerie capaci di lavorare l' extra heavy sour oil , mentre quelle tradizionali morivano come mosche. Questo perché il prezzo dell' extra heavy sour oil era crollato molto al di sotto di quello del Brent e del petrolio saudita. Il successivo adeguamento degli impianti, negli anni 90, riguardò quasi esclusivamente le raffinerie USA del Golfo del Messico: furono installate cokerie, desolforazioni e hydrocracking, e le compagnie coinvolte furono principalmente Chevron e Exxon. Il processo fu strettamente collegato all'Apertura Petrolera di Pérez in Venezuela. Notare bene, l'Apertura Petrolera non fu una privatizzazione totale ma un'apertura al privato che vide in questi frangenti PDVSA (compagnia statale venezuelana), in joint venture con Citigo, diventare uno dei major player per il raffinamento dell'heavy sour nel Golfo del Messico americano.

Così fu creata una capacità industriale e fu creata in USA. Una delle vecchie regole dell'economia degli impianti chimici è che un impianto deve lavorare al pieno della sua capacità ed espandere la propria capacità in continuazione. Fermandosi al primo termine del teorema, per lavorare al pieno della capacità si deve avere a disposizione la materia prima da processare. L'hub del Golfo del Messico per la raffinazione dell'heavy sour poteva contare su due differenti forniture geograficamente e geopoliticamente molto diverse: il Venezuela e il Canada. E l'andamento delle importazioni USA di heavy sour degli ultimi 30 anni già fa intuire una storia geopolitica.

Fonte: https://www.eia.gov/dnav/pet/pet_move_impcus_a2_nus_epc0_im0_mbblpd_a.htm

Il grafico mostra come si sia passati da forniture paritarie tra Venezuela e Canada a una prevalente fornitura canadese mano a mano che la situazione politica venezuelana e i rapporti tra Venezuela e USA cambiavano (vedi sanzioni del 2019 contro il Venezuela, con effetto ben visibile nel grafico). Pure il Canada dipende essenzialmente dalla capacità di raffinazione americana per le sue oil sands, anche se ha messo in opera la trasformazione del bitume delle sabbie in Synthetic Crude Oil (SCO, light sweet, che può essere raffinato ovunque), a cui è ormai destinato il 40% della produzione di bitume. Ma il rimanente 60% è dilbit (Diluted Bitumen) destinato alle raffinerie americane del Golfo. 
E nel frattempo per il Venezuela succedeva questo:


Fonte: https://www.ceicdata.com/en/indicator/venezuela/crude-oil-exports


La crescita delle importazioni indiane e cinesi dell'extra heavy sour venezuelano va di pari passo con la costruzione di impianti capaci di raffinarlo nei due paesi (nel grafico si vede l'effetto delle sanzioni USA contro il Venezuela del 2019 sull'import indiano, ma molto meno su quello cinese).

Due note: 

1) Le sanzioni 2017/2019 hanno reso difficile e alle volte impossibile l'approvvigionamento di quei diluenti che sono indispensabili per l'estrazione del petrolio dell'Orinoco. E questa è la prima spiegazione per il crollo della produzione degli ultimi anni (quindi la capacità di produzione venezuelana è broken, sì, grazie alle sanzioni).

2) A partire dall'Apertura Petrolera gli investimenti esteri ci sono stati, certo, nella capacità estrattiva dell'extra heavy sour venezuelano, investimenti prima americani. poi russi e cinesi. Ma mai nessuno ha investito in capacità di raffinazione in loco. L'altra tecnologia che avrebbe permesso all'extra heavy sour venezuelano di non essere vincolato agli attuali mercati di sbocco, l'upgrading, cioè la trasformazione in SCO, come in Canada, è stata installata: solo in minoranza è totalmente di proprietà venezuelana e per imperscrutabili ragioni o non lavora o lavora al 10% della capacità nominale. Eppure la capacità nominale ci sarebbe...

UpgraderJoint Venture PrincipaleCapacità Nominale (b/g)Note
PetropiarPDVSA (70%) + Chevron (30%)~210.000L'unico parzialmente operativo con partner USA.
PetrocedeñoPDVSA (100%, ex Total/Equinor)~190-200.000Spesso offline o a bassa utilizzazione.
PetromonagasPDVSA (ex Rosneft)~160-180.000Problemi cronici.
PetrosanfelixPDVSA (100%)~150-180.000Quasi sempre offline, cannibalizzato per parti.
Totale
600-650.000 b/gCapacità teorica complessiva.

Nota: Total (Francia) e Equinor (Norvegia) escono da Petrocedeño quando arrivano le sanzioni (rimanendo rischiavano sanzioni secondarie).

Non un caso che l'unico impianto per l'upgrade parziamente operativo sia quella con in mezzo Chevron. La General License 41 (emessa nel 2022 sotto Biden) permetteva a Chevron di operare in joint venture con PDVSA (come Petropiar) e esportare petrolio verso gli USA, con condizioni rigide (nessun profitto diretto a PDVSA/Maduro).
A marzo 2025, l'amministrazione Trump ha inizialmente revocato/emendato la licenza (GL 41A e 41B), imponendo una chiusura graduale delle operazioni.
Tuttavia, nell'estate 2025 (luglio-agosto), Trump ha invertito la rotta, concedendo una rinnovata licenza ristretta a Chevron per continuare con operazioni limitate, a condizioni severe: nessun pagamento diretto al governo venezuelano (tasse, royalties), e focus solo su joint venture esistenti. Per questo Petroplar ha meno problemi di approvvigionamento per materie prime e parti di ricambio per gli impianti - ma comunque il suo impianto di upgrading produce poco.

Quindi è chiaro che uno dei let motiv è vincolare il petrolio dell'Orinoco a pochissimi mercati sbocco, mentre la questione dal lato USA si riduce a quali siano le ragioni di una ristrutturazione dell'approvvigionamento delle raffinerie americane del Golfo del Messico, perseguita con le recenti azioni militari. E credo che sia una domanda che pochi abbiano posto in questi termini, per ora. 

AGGIORNAMENTO:


https://abcnews.go.com/Politics/trump-demands-venezuela-kick-china-russia-partner-us/story?id=128963238

 La risposta alla domanda è arrivata molto velocemente.

 

lunedì 5 gennaio 2026

PER IL PETROLIO PIU' SPORCO DEL MONDO (VENEZUELA E GREGGIO DELL'ORINOCO)

 


Io conobbi Bolívar un mattino andando
a Madrid, alla testa del Quinto Reggimento.
Padre, gli dissi, sei, o non sei, o chi sei?
E guardando la Caserma della Montagna, lui disse:
“Mi sveglio ogni cento anni, quando si sveglia il popolo”. 

(Pablo Neruda, Un canto para Bolívar)

Ai tempi dell'università divisi il laboratorio per un certo tempo con un ingegnere chimico venezuelano. In Italia erano i tempi delle grandi privatizzazioni. Lui mi disse che era piuttosto sconvolto dall'entusiasmo che sentiva sui media italiani al riguardo. "Da noi tutto è stato privatizzato, anche i trasporti pubblici. I biglietti del bus sono arrivati a prezzi impossibili". Queste conversazioni avvennero nell'anno di grazia 1992. In Venezuela nel febbraio 1989, il presidente Carlos Andrés Pérez introdusse un programma di aggiustamento strutturale neoliberista che causò un aumento del 30% dei costi dei trasporti pubblici - e aprì alle privatizzazioni in campo petrolifero. Curiosamente Pérez era lo stesso che aveva nazionalizzato negli anni '70 il petrolio venezuelano, che al tempo era il light oil, principalmente della zona di Maracaibo. Ma le privatizzazioni dell'89 provocarono una violentissima insurrezione, il Caracazo, che venne repressa con un bagno di sangue. Wikipedia scrive che quella rivolta fu l'inizio del chavismo , ma il golpe di Chavez del '92 fallì. A posteriori si può dire che i protagonisti del Caracazo non avevano alcuna rappresentanza politica. Può essere che la base del Caracazo abbia poi trovato rappresentanza in Chavez (non sono un esperto del Venezuela e della politica venezuelana), ma certe attribuzioni a parte post mi lasciano perplesso.

Ricordo proprio ai primi degli anni '90 una certa attività di ricerca sul recupero di vanadio da ceneri del crudo pesante venezuelano. E ricordo pettegolezzi ormai antichi su un imprenditore italiano che aveva intermediato una partita di petrolio pesante dell'Orinoco con ENEL, con un contratto tipo "Tu mi paghi per il greggio che userai come combustibile in centrali termoelettriche e poi mi conferirai le ceneri". Uno dei commenti fu "Un genio! Si fa pagare da ENEL per fargli fare il lavoro sporco e alla fine si prende il vanadio!" (il vanadio è usato in leghe metalliche speciali, come catalizzatore e nella produzione di batterie).

Già. Il greggio leggero venezuelano è quasi esaurito da tempo e quello che è rimasto, il greggio pesante, è uno dei più sporchi del mondo, considerando il contenuto combinato di zolfo e metalli pesanti.

Il petrolio pesante venezuelano della Fascia dell'Orinoco e il bitume delle sabbie bituminose canadesi dell'Alberta rappresentano due delle più grandi risorse di idrocarburi non convenzionali al mondo. Entrambi sono greggi pesanti con caratteristiche simili, ma differiscono in composizione chimica, metodi di estrazione e impatto ambientale.

La Fascia dell'Orinoco si estende per circa 55.000 km² nel Venezuela orientale, a nord del fiume Orinoco, negli stati di Guárico, Anzoátegui e Monagas, contenendo riserve stimate in oltre 300 miliardi di barili di olio extra-pesante, le più grandi al mondo. Le sabbie bituminose canadesi coprono invece circa 142.000 km² nel nord-est dell'Alberta, con i depositi principali ad Athabasca (vicino Fort McMurray), Cold Lake e Peace River, per riserve recuperabili di circa 163-170 miliardi di barili, seconde solo al Venezuela.

Entrambi sono classificati come olio extra-pesante o bitume, con alta viscosità che li rende non fluibili naturalmente. Ma c'è una differenza: le sabbie bituminose canadesi vengono estratte in miniere a cielo aperto, mentre il greggio pesante venezuelano viene estratto tradizionalmente, ma dopo l'uso di diluenti (frazioni idrocarburiche leggere), iniettate nel sito di estrazione per fluidificare la massa da estrarre. Inoltre se il contenuto di zolfo è paragonabile, il greggio dell'Orinoco ha un contenuto di metalli pesanti (vanadio e nickel) fino a cinque volte più alto, rispetto alle sabbie bituminose.

Le eccezionali concentrazioni di metalli pesanti nel greggio pesante venezuelano hanno creato sfide tecnologiche ed ambientali rilevanti, ma sono ormai anni che il Venezuela esporta greggio pesante e da tempo ci sono raffinerie in grado di processarlo.

In conclusione, il petrolio dell'Orinoco e il bitume canadese sono risorse gemelle: pesanti, sporche, richiedenti tecnologia e energia, con riserve immense che potrebbero dominare il mercato degli oli pesanti. L'Orinoco ha vantaggi geologici derivanti da un'estrazione più facile e dall'accesso al mare, mentre le sabbie canadesi eccellono in stabilità e capacità produttive. Entrambi richiedono tecnologie avanzate per essere competitivi in un'era di transizione energetica, tecnologie che in Canada ci sono ma in Venezuela no. Ma non è che il Venezuela non si ponesse il problema e fosse chiuso a priori sulle collaborazioni tecnologiche. Semplicemente quelle scelte in materia di collaborazione non erano molto gradite a qualcuno in possesso di un bastone molto grosso. E forse questa potrebbe essere una chiave di lettura anche per certe sparate di Trump sul Canada...

mercoledì 26 novembre 2025

ANCORA LICENZIAMENTI, NOVARTIS E TRUMP

Parlavo con un vicepresidente di una multinazionale del farmaco europea. Mi ha chiesto come vedevo l'outlook del settore e gli ho risposto che con i presenti dazi USA su API (principi attivi farmaceutici) sotto brevetto e farmaci branded la situazione non è facile e se per qualche motivo di qua all'anno prossimo questi dazi dovessero aumentare diventerebbe durissima. Una risposta di una ovvietà disarmante, devo aggiungere.

Perché per il settore gli USA sono sempre stato il mercato di riferimento, specialmente da quando l'EU, una ventina di anni fa, decise che per i farmaci si doveva spendere il meno possibile e quindi divenne "Un mercato per nulla interessante" (nelle parole di un alto dirigente all'epoca). E Trump lo sa benissimo.

"[le aziende farmaceutiche] abbandoneranno gli altri paesi perché devono vendere—la maggior parte dei loro prodotti viene venduta qui e quindi apriranno stabilimenti ovunque [negli USA]."

Questo aveva dichiarato. Semplicistico, brutale.

Ma in qualche modo efficace, dal suo punto di vista, infatti oggi che succede? Che Novartis comunica la dismissione di un suo reparto in un sito svizzero.


A Stein (non lontano da Basilea) Novartis non solo produce(va) pasticche: API (radioligands, agenti antitumorali), terapie cellulari e farmaci iniettabili confezionati. I 550 licenziamenti tra oggi e il 2027 riguardano la produzione di capsule e pasticche (20min.ch esagera). Gli inettabili restano, le terapie cellulari pure, dei radioligands non si sa niente. Ma nel frattempo l'azienda ha allocato pesanti investimenti negli USA. Effetti dei dazi: in North Carolina Novartis creerà 700 posti di lavoro, ma non solo. L'azienda sta aprendo in USA anche produzioni a più alto valore aggiunto, Un travaso di tecnologia e posti di lavoro dalla Svizzera agli Stati Uniti.

La guerra di Trump contro l'Europa non è semplicemente commerciale: è industriale. Quando qualcuno a Bruxelles ha cantato vittoria per aver "strappato" a Trump "solo il 15%" di dazi in realtà aveva firmato una resa. Una resa commerciale e industriale, appunto, firmata senza far pesare, per esempio, il fatto che comunque e nonostante tutto oggi l'Europa supplisce al fabbisogno USA di principi attivi farmaceutici quasi quanto la Cina (circa 14%). Con la differenza che la Cina fornisce esclusivamente API generici, mentre nella fornitura europea c'è una quota non irrilevante di API sotto brevetto (e farmaci branded), soggetti quindi al 15% di dazi.

A parte la propaganda, quanto Trump tenga ai lavoratori USA in genere si è ben visto, con i massicci licenziamenti che continuano ad andare avanti nell'amministrazione federale. Figuratevi quanto gli può interessare dei lavoratori europei. Al che viene da considerare che l'Italia è guidata da una coalizione che vede in Trump la luce del mondo, anche se fa guerra ai lavoratori europei, inclusi quelli italiani. Ma questo no, non si può dire.

Resta il fatto che quanto a ristrutturazioni delle supply chain globali negli ultimi 20 anni abbiamo assistito a brutalità di ogni genere. Ma i farmaci non sono esattamente come l'acciaio o la plastica, e un 14% di fabbisogno non si risolve con il reshoring né in uno né in quattro né in cinque anni. E sarebbe il caso che a qualcuno questo entrasse in testa. 

 

martedì 11 novembre 2025

DUE COSE SACROSANTE SULLE BIOTECH

Ho chiesto a un ex CEO di un API CDMO con 25 anni di esperienza qual era l'errore più grande che aveva visto commettere dalle aziende biotecnologiche.

La sua risposta è stata immediata: utilizzare il percorso di sintesi dal discovery per lo sviluppo.

Mi ha detto che i team biotecnologici spesso prendono il percorso che ha permesso loro di ottenere i primi grammi e lo spingono nel lavoro abilitante per l'IND, sperando che si possa scalare.

Nella sua esperienza, nel 75% dei casi non funziona.

La lezione chiave da 25 anni di sviluppo di API è che tre quarti di tutti i percorsi di discovery richiedono modifiche sostanziali o una completa riprogettazione.

I motivi sono quasi sempre gli stessi:  
• Troppi passaggi sintetici labor-intensive – il costo del lavoro rappresenta il 65% dei costi dell'API.  
• Procedure di laboratorio incompatibili – ricordate il comune “riflusso durante il weekend”.  
• Materiali esotici o costosi – venduti a 500 EUR per 10 ml nel catalogo.  
• Materiali con problemi di sicurezza – solventi classificati come classe 1 o 2 in ICH Q3C.  
• Pericoli per la sicurezza – l'etere dietilico è comune in laboratorio ma un No Go in impianto.

Quando i team procedono comunque, concentrati solo sul prossimo milestone, alla fine si scontrano con un muro. La scala successiva diventa troppo costosa, troppo lunga o semplicemente non fattibile.

Ed ecco un altro pezzo di conoscenza insider dalla nostra conversazione.

Questo è un errore specifico delle biotecnologie.

Le grandi aziende farmaceutiche entrano nello sviluppo con un piano strategico che considera l'intero percorso, fino all'ingresso sul mercato. Non è un piano perfetto, ma è abbastanza dettagliato da evitare percorsi di sintesi destinati al fallimento.

Le aziende biotecnologiche fanno molte cose meglio della pharma. Ma nella pianificazione strategica, le biotecnologie possono prendere spunto dal libro della pharma. 

(https://tinyurl.com/3bjseusf) 

Mi ricordo, anni e anni fa, un Direttore della Chimica di Processo che diceva: arrivano qui dicendo "Il processo? Lo abbiamo!", poi fai due conti sulla loro procedura e vedi che ti servirebbero delle colonne cromatografiche che neanche i cannoni di Navarone.

Il problema, nei suoi termini, è che la biotech vuole il batch clinico quanto prima possibile per arrivare all' Investigational New Drug Application (INDA) perché, in genere, non ha farmaci approvati, e quindi non ha cash flow proveniente dal mercato. La biotech vive di finanziamento, condizionato al raggiungimento di milestones (pietre miliari), tappe raggiunte nel processo di sviluppo del farmacom e l'INDA  una di queste. E' il momento in cui arrivano altri soldi, per arrivare alla tappa successiva. 

E' un sistema efficiente? Mah...

https://www.fiercebiotech.com/special-reports/2025-biotech-graveyard
 

Se vi interessa scorrete la lista. Contiene un'interessante sezione "Il mausoleo delle terapie cellulari", che dimostra come funziona il business: sull'onda dell'hype per "the next big thing" arrivano molti soldi, e poi, quando si arriva al dunque, spesso c'è questo cimitero.

lunedì 27 ottobre 2025

FARMINDUSTRIA E LA FINANZIARIA

https://www.quotidianosanita.it/scienza-e-farmaci/articolo.php?articolo_id=132706

In occasione degli Stati Generali della ricerca medico-scientifica al Senato (ottobre 2025), Marcello Cattani, presidente di Farmindustria, ha tenuto un intervento meritevole di un'analisi. Il timing è significativo: siamo in fase di preparazione della finanziaria 2026.

Cattani parla di "guerra" - guerra commerciale, guerra sui farmaci - e accusa l'Unione Europea di aver "sbagliato tutti i dossier legati a ricerca, innovazione e tecnologia". Contrappone USA e Cina, che "rafforzano la proprietà intellettuale", all'Europa che "vuole accorciare". Lamenta che la Spagna abbia superato l'Italia in ricerca clinica e chiede "una strategia sposata dalle più alte istituzioni governative" con "obiettivi, ambizioni e risorse" - risorse che "oggi non vediamo nella misura in cui dovremmo metterle".

Quello di cui Cattani accuratamente non parla è il contesto tariffario. Perché per quanto riguarda i dazi USA, nella nebbia della confusione su verso chi, su cosa, per quanto tempo, una cosa è chiara fin da luglio: i prodotti branded made in EU, cioè quelli innovativi, cioè quelli di cui parla Cattani, siano prodotti finiti o attivi farmaceutici, sono soggetti a dazi del 15% (e gli USA continuano ad essere il principale mercato di sbocco dell'industria europea). Si parla di circa 18 miliardi di euro all'anno di dazi per i prodotti finiti branded, che molto probabilmente saranno perlopiù accollati ai produttori europei. Non ci sono dazi invece sui generici, cioè sul segmento a valore aggiunto più basso. Questi dazi colpiscono quindi la parte a più alto valore aggiunto di un settore con ritorni mediamente bassi, quello dei prodotti finiti, che aveva fatto parlare di record dell'industria farmaceutica italiana.


Si nota che l'impatto è percentualmente identico sugli APIs branded (volumi più piccoli, valore aggiunto più alto)e quindi anche le CDMO europee (Contract Development and Manufacturing Organization) sono colpite, proprio quel soggetto che meno era stato colpito dall'ultima crisi tuttora in corso.

In questo quadro il discorso di Cattani risulta particolarmente e volutamente nebuloso, L'unica cosa che si legge tra le righe è una non troppo velata richiesta di risorse "perché la Spagna ci è passata avanti". 

Un po' di retorica patriottica (che considerando chi governa in Italia è indispensabile per bussare a soldi) senza affrontare i problemi strutturali e gli elefanti nella stanza (i dazi), tirando in mezzo una metrica (i trial clinici) che c'entra poco o niente.

Il vero problema è che i dazi di Trump, "sopportabili" in altre circostanze, arrivano esattamente in contemporanea con l'ennesima crisi di settore in occidente. L'urgenza sarebbe chiedere politiche anti-cicliche, invece da quel che si capisce la finanziaria sarà fatta ancora una volta di tagli. 

mercoledì 17 settembre 2025

TERZO ANNO DI VACCHE MAGRE, ANZI, RIDOTTE A SCHELETRI (PHARMA, LAVORO, LICENZIAMENTI)

Ho già detto un paio di volte che linkedin lo uso, sì, per lavoro e da una ventina di anni. Per questo storco il naso quando lo vedo usato come un social qualsiasi. 
Per ragioni abbastanza ovvie ad oggi la mia rete di contatti è prevalentemente hnon italiana. E quel che vedo di questi tempi è deprimente. Ex colleghi che riescono a ricollocarsi e purtroppo anche persone della mia rete che invece no, non ci riescono. E sempre più spesso si tratta di profili "director level", come si dice.
Sono di nuovo i tempi delle ristrutturazioni più o meno grandi e almeno da 2 anni una posizione di management non è più sicura come un tempo. 
In particolare, anche per chi ha un contratto a tempo indeterminato, una promozione di questi chiari di luna mette in una posizione di vulnerabilità: l'avanzamento di posizione porta con se un nuovo probation time (periodo di prova) in cui si è fragili quanto qualcuno con un contratto a termine: facili da licenziare. E questa è una delle novità portate da questo terzo decennio del 21 secolo in Europa.
 

We hoped industry layoffs would relent in 2024. That's not what happened.

Overall, biopharma layoffs rose 3% last year compared to 2023, according to an analysis of yearly data.

Così inizia la quarta edizione del Fierce Biotech Layoffs Tracker e per essere chiari la tendenza non è migliorata gran che nel 2025, con aumento stimato del 31% nella perdita di posti di lavoro. Di questo passo i posti di lavoro persi potrebbero raggiungere il numero di quelli collegati al patent cliff del 2012 (patent cliff: intervallo di date in cui più farmaci perdono la protezione del brevetto, consentendo ai generici di entrare nel mercato e riducendo drasticamente i ricavi delle aziende originatrici). 
 
Saltano agli occhi i licenziamenti nelle aziende danesi, usualmente molto più conservative nei confronti della propria forza lavoro. I numeri di Novo Nordisk parlano da soli: 9.000 licenziamenti di cui 5.000 in Danimarca. Al confronto i 600 licenziamenti di Lundbeck sembrano poca cosa. 
Quanto a taglio di teste Novo Nordisk riesce ad oscurare anche MSD, che prepara licenziamenti per 6.000 dipendenti e annulla il suo piano miliardario di espansione in UK.
Il resto del quadro è costituito da una lenta ma costante emorragia di posti di lavoro, con alcuni altri punti degni di nota. 

Il settore Contract Research Organization (CRO) e Contract Development and Manufacturing Organization (CDMO) non se la passa bene. Evotec nel 2025 ne licenzia 600, portando così in due anni i suoi dipendenti da 5.000 a 4.000. Evotec è una public company quindi è obbligata a rendere noti questi dati. Ma nel settore CRO/CDMO la maggior parte delle aziende non sono quotate in borsa, quindi nessuna informazione è pubblicamente disponibile. I tagli di Evotec sono facilmente collegabili a un crollo degli investimenti in ricerca early stage da parte di biotech e farmaceutiche, quindi è facile dedurre che anche nelle altre CRO la tendenza prevalente sia la riduzione della forza lavoro. Alcune ormai hanno probabilmente più uomini del business development sguinzagliati su linkedin e ad ogni fiera del settore che chimici nei laboratori. Ai prossimi BIO-Europe e CPHI la concorrenza tra quelli spediti ad agganciare nuovi clienti sarà parossistica. 
 
In questo quadro la fine di Nerviano Medical Sciences, o meglio della sua struttura di ricerca lombarda, è una vicenda locale, praticamente invisibile. Ma è la conclusione di una storia che è anche la storia della grande chimica farmaceutica italiana, una vicenda emblematica.

La storia di NMS inizia nel 1965, quando Farmitalia  creò il centro di ricerca di Nerviano. Fu lì che venne sviluppata la combinazione Adriamicina/doxorubicina. Nel 1978, la fusione tra Farmitalia e Carlo Erba (fondata nel 1853) diede vita a Farmitalia Carlo Erba Spa, rafforzando il polo di Nerviano come centro di eccellenza per la ricerca oncologica.

Nel 1992-1993, Farmitalia Carlo Erba fu acquisita da Kabi-Pharmacia (poi Pharmacia AB), che integrò Nerviano nella sua rete globale di ricerca e sviluppo. Nel 1995, Pharmacia si fuse con The Upjohn Company, formando Pharmacia & Upjohn. La nuova proprietà mantenne il sito di Nerviano, ancora attivo nello sviluppo di terapie oncologiche. Alla fine degli anni 90 Nerviano era probabilmente il centro ricerche più grande d'Italia e impiegava circa il doppio dei ricercatori rispetto a quello Glaxo di Verona.

Con il nuovo millennio iniziò la parte discendente della parabola 

Nel 2003, Pfizer acquisì Pharmacia per circa 60 miliardi di dollari (completata il 16 aprile di quell'anno). A Pfizer era la stagione "compra e licenzia" e per Nerviano, come per altre realtà acquisite dal colosso americano, iniziò un periodo di incertezza, ristrutturazioni e tagli R&D.

Nel 2004, Pfizer, che si era portata via anche  la proprietà intellettuale  cedette il sito di Nerviano alla Curia Generalizia della Congregazione dei Figli dell'Immacolata Concezione (CFIC, entità vaticana), fornendo 200 milioni di euro di seed funding per garantire continuità. In questo contesto nacque Nerviano Medical Sciences S.r.l. (NMS) azienda indipendente focalizzata sulla ricerca oncologica. Ma la nuova azienda si trova velocemente in difficoltà. Nel 2008-2010 quello che era stato il dipartimento ADMET (Assorbimento, Distribuzione, Metabolismo, Escrezione, Tossicologia) di Pharmacia a Nerviano diventa oggetto di uno spin off, creando Accelera (e preoccupazioni sindacali giustificate), un service provider per il mercato dello sviluppo preclinico. Lo spin off non risolve i problemi finanziari di NMS e alla fine arriva un intervento pubblico assolutamente inusuale.

Tra il 2010 e il 2012, la Regione Lombardia intervenne per salvare il centro da una crisi finanziaria post-CFIC. L'intervento della giunta Formigoni ha di fatto costituito un unicum nella storia della crisi dell'industria chimico farmaceutica italiana, l'unico caso in cui il pubblico è intervenuto. Purtroppo l'intervento non fu risolutivo.

Nel 2011 fu creata la Fondazione Regionale per la Ricerca Biomedica (FRRB), che nel gennaio 2012 acquisì il 100% del controllo su NMS tramite la Regione, con l'obiettivo di preservare posti di lavoro, rilanciare la ricerca oncologica e integrare NMS nella rete lombarda (ospedali IRCCS e università). Questo periodo segnò un'era di proprietà pubblica, con investimenti per lo sviluppo di farmaci innovativi, che purtroppo non durò a lungo, complici anche il cambio della guardia in regione. La giunta di Roberto Maroni "vende ai cinesi". Nel dicembre 2017, Hefei SARI V-Capital Management Co. Ltd. (affiliata allo Shanghai Advanced Research Institute, Chinese Academy of Sciences) acquisisce il 90% di NMS Group per circa 300 milioni di euro (mix di equity e ristrutturazione debito), operazione conclusa nel marzo 2018. FRRB mantenne il 10%. E questo passaggio mise una pietra tomballe sull'intervento pubblico nell'azienda.

Nel dicembre 2021, in periodo di piena crescita del business del settore a livello globale, Pacific Alliance Group (PAG), un fondo di investimento asiatico con sede a Hong Kong, acquista il 45% di NMS Group, diventando azionista di maggioranza. E dopo 4 anni e mezzo di vuoto hype sulla "rinnovata  dimensione internazionale" dell'azienda si arriva al licenziamento di tutti i ricercatori

E così finisce la storia di quello che fu il più grande centro ricerche in Italia.

Questo non è l'inevitabile prodotto della situazione del mercato. Questo è l'inevitabile prodotto di un'industria finanziarizzata. Ma non tutte le aziende di questa industria lo sono, il fenomeno perlopiù non le riguarda e questo dovrebbe far pensare. Molto.