Inizio del nuovo millennio. Le proteste contro la globalizzazione arrivarono anche in Italia, con un ritardo di un anno. A Napoli, nel marzo 2001, furono contro il Global Forum dell'OCSE. Al governo c'era Giuliano Amato, sostenuto da una maggioranza di centro sinistra (l'Ulivo, al tempo). Ci furono scontri e pestaggi in caserma, e in fin dei conti fu una sorta di prova generale. In maggio ci furono le elezioni e ne uscì una maggioranza di destra con Berlusconi al governo. Quando la protesta arrivò a Genova, tra il 19 e il 22 luglio 2001, in occasione di un G8, ci arrivò nelle peggiori condizioni al contorno immaginabili, con Gianfranco Fini al Ministero degli Interni. Andò a finire con un morto e con la "macelleria messicana" alla Scuola Diaz.
Eppure il meccanismo della globalizzazione che quel movimento contestava si stava dispiegando e le sue conseguenze in Europa e in USA non tardarono a materializzarsi. A dicembre 2001 la Cina fu fatta entrare nel WTO. In capo a 4-5 anni le esportazioni cinesi di abbigliamento, acciaio, chimica di base, principi attivi farmaceutici generici etc mandarono in crisi l'industria occidentale e quella italiana in particolare. Crisi dei subprime e crisi dei debiti sovrani fecero il resto:
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| Andamento della produzione industriale italiana (Grafico su dati ISTAT). L'indice è definito qui. |
(una nota: quei tuffi verso il basso dell'indice significano vite devastate)
Dal grafico si vede chiaramente l'effetto della crisi dei subprime, ma si vede altrettanto quello del governo "di salvezza nazionale" presieduto da Monti tra 2010 e 2011 (se questo è il ritratto di un salvataggio, meglio non essere salvati). Nel 2017 invece ci fu di fatto la fine del quantitative easing della BCE.
Nel
nuovo millennio, a globalizzazione agevolata, il meccanismo della giustificazione mediatica del disastro si raffina.
I servizi giornalistici documentavano le delocalizzazioni italiane a
Timisoara come un grande successo - Europa, post-comunismo che si
integra, operai rumeni che imparano a fare le scarpe come storia di
sviluppo condiviso. Quelle in Tunisia e in Egitto, tessile e scarpe,
erano la stessa identica operazione economica ma con una narrativa
incompatibile: lì non c'era il frame europeo a redimere lo
smantellamento industriale, c'era solo il costo del lavoro e il
silenzio. Dal 2005 in poi Alberto Forchielli era in TV ogni tre per due a
vendere Cina in tutte le salse — l'intellettuale organico della
delocalizzazione presentato come analista neutro, con quel tono da uomo
del mondo leggermente insofferente verso i provinciali che non comprendevano la realtà. Non mentiva sui fatti cines, ma costruiva un frame in cui certi
fatti erano visibili e altri no (oggi Forchielli è diventato
anticinese, nessun problema).
Nel 2006 La stella che non c'è di Amelio aggiungeva una prospettiva "viaggio in Cina" al romanzo a cui si ispirava, La dismissione di Ermanno Rea. Il film era una estetizzata e disfattista elegia sull'inutilità del "saper fare" italiano, visto che nella sceneggiatura l'inestimabile "centralina di controllo", una volta consegnata all'azienda a cui l'altoforno è stato venduto, viene scaricata dai cinesi nel ferraccio. Bella pellicola, quella di Amelio. Bella e concettualmente inaccettabile. Il libro di Rea a cui si ispira è una storia operaista e la storia di una lotta,
persa. Amelio invece giustifica la perdita e sentenzia: "Il tuo saper fare, quello che sei e quello che ti definisce, nel nuovo mondo non vale niente". E questo, in una prospettiva politica, è inaccettabile - e pure falso. Era dire: le mappe della realtà disegnate dal capitale, anche se fallimentari nel medio termine, prevalgono
comunque, è inutile lottare. Ma quel preciso punto, non nella versione "non vali niente" ma in quella "costi troppo", è esattamente quello che ha tagliato le gambe alle lotte sindacali italiane, quello che ha espropriato la classe lavoratrice occidentale dell'unica leva in suo possesso, il valore del suo lavoro. Ed è stato ripetutamente declinato nella versione: o accettate questi tagli/riduzioni/etc o delocalizziamo, fermo restando che a tagli accettati poi magari si delocalizzava comunque.
Ma Amelio era solo una delle voci di quegli anni e almeno non era una voce becera. In Italia l'inflazione di voci becere e diffuse che si sgolano per giustificare l'esistente era già una costante.
Sempre a metà del primo decennio del XXI secolo Colin Crouch pubblicava Post-Democracy (2004). La tesi di Crouch era semplice e a ben vedere quasi ovvia: le democrazie occidentali mantengono intatte le proprie forme - elezioni, parlamenti, libertà civili, stampa formalmente libera - ma il contenuto reale del processo decisionale si sposta altrove, verso élite economiche e tecnocratiche che operano in spazi sottratti al dibattito pubblico (ne ho scritto qui).
Nello stesso periodo Warren Buffet dichiarò, in un'intervista a Ben Stein per il New York Times:
C’è una lotta di classe, è vero, ma è la mia classe, la classe ricca, che sta facendo la guerra, e stiamo vincendo.
Più o meno contemporaneamente nasceva Facebook.
Il primo decennio del XXI secolo si concluse con i disastri della crisi dei subprime e quella dei debiti sovrani europei. Per essere finita, la Storia si stava dando parecchio da fare.



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