lunedì 19 gennaio 2026

LA CRISI DELLA CHIMICA DI BASE EUROPEA, DAL MICRO AL MACRO


Quando dopo 10 giorni le minime sono rapidamente salite da -6 a 4 gradi al mattino l'alba tardiva lasciava vedere il ghiaccio rimasto nei boschi spogli sul fianco delle colline. Il vento portava in giro un drizzle finissimo, un aerosol di pioggia che si muoveva confusamente, rendendo gli ombrelli del tutto inutili.

Nel polo chimico hanno chiuso uno degli impianti. 150 persone rimaste senza lavoro, dagli operai ai dirigenti. Facendo due passi attorno all'isolato dopo pranzo ho incrociato uno di loro. Parlava con il proprietario della ditta di lubrificanti, davanti al loro ingresso principale. Cercava quella del laboratorio di polimeri per coating, una sua vecchia conoscenza, per discutere possibilità di impiego. Ma lei e il suo laboratorio sono spariti un anno e mezzo fa. Lo aveva messo su quando aveva perso il lavoro in un big della chimica di base. Assumeva giovani chimici con contratti di sei mesi che non venivano rinnovati. Poi ha trovato una nuova posizione, a Saudi Aramco, stipendio oltre le sei cifre, ha chiuso la baracca in fretta e furia e non si è più fatta vedere, lasciandosi dietro debiti e rifiuti. Agenti del recupero crediti per mesi hanno battuto l'isolato chiedendo di lei. Lo stesso ha fatto il tipo di una ditta di logistica, che si era ritrovato svariati pancali di materie prime e rifiuti abbandonati nel proprio magazzino.

Quello dei lubrificanti mi ha coinvolto nella conversazione. L'uomo in cerca di lavoro era un chimico polimerista oltre i 50 anni, capelli grigi, vestito in modo dimesso al limite del trasandato: un topo di laboratorio che aveva passato la vita davanti a una cappa, in un edificio circondato da quegli impianti su cui di notte si accendono piccole luci che li fanno sembrare una bizzarra città. Gli ho detto che da noi non ci sono posizioni aperte, di sentire quelli dei siliconi, due isolati più avanti.

Guardandolo ho pensato che, per quanto diversi, avrei potuto essere lui. O meglio, avrei potuto trovarmi nella sua stessa condizione. Il fatto di non essere nei suoi panni non mi ha sollevato.

L'industria chimica europea di base — petrolchimica, olefine, polimeri, solventi, la spina dorsale di tutto — è in fase terminale. Non è retorica: Cefic, la federazione delle associazioni chimiche europee, parla di "fase critica" e rischio di deindustrializzazione accelerata. Dal 2023 sono stati chiusi almeno 21 grandi siti, oltre 15 milioni di tonnellate di capacità persa. Altri 350 complessi sono a rischio nei prossimi anni.

I motivi sono noti, ma nominarli tutti insieme non è polite, perché rivela quanto la situazione sia insostenibile: il gas naturale costa in Europa 2,5-3 volte più che negli USA (guess why?), e in alcuni processi l'energia può essere il 70-80% dei costi variabili. La Cina continua a costruire impianti con sussidi statali e standard ambientali molto meno stringenti di quelli europei. Le importazioni a basso costo erodono margini già azzerati. Nel frattempo l'ETS (European Union Emission Trading System), il Green Deal aumentano i costi di compliance senza che i concorrenti extra-UE abbiano oneri equivalenti. Misure come il CBAM (Carbon Border Adjustment Mechanism) si sono rivelate del tutto insufficienti a mitigare il danno. Serve compensazione energetica diretta o dazi veri sul carbonio incorporato. La via di mezzo attuale è solo ipocrisia davanti a una deindustrializzazione al rallentatore.

La recente Critical Chemicals Alliance (CCA)? Too little, too late: un esercizio di dialogo tra stakeholders che non cambia di una virgola le cause strutturali della crisi, determinate in larga parte dalle stesse politiche europee. 

La produzione UE27 è calata del 12% tra 2019 e 2023. Nel 2025 un altro -2,5%. Gli impianti girano al 9,5% sotto la capacità pre-crisi. Il surplus commerciale della chimica europea è crollato di quasi 7 miliardi nei primi otto mesi del 2025.

Quel chimico polimerista dai capelli grigi era solo uno dei 150 dell'impianto chiuso. Potrebbe diventare solo uno dei 200.000 che perderanno il lavoro nei prossimi cinque anni.

PS: La chimica di base non è il mio settore, ma sul mio settore ha un impatto non trascurabile, per esempio con i prezzi dei solventi.

 

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