lunedì 28 settembre 2026

DIVULGAZIONE, SPETTACOLO E MOT D'ORDRE

Un lettore mi ha girato un post di Walter Quattrociocchi. Un post interessante. 

Mi piace pensare che una volta divulgare significasse più o meno capire cosa emerge dalla ricerca e provare a renderlo accessibile. Possibilmente senza massacrarlo. Poi, se una cosa non la capivi, chiedevi a chi studiava davvero quella cosa. Esercizio importante, soprattutto in una società che si incastra spesso in situazioni sia complesse che complicate in cui la realtà condivisa, almeno in teoria, è un pilastro.

Poi è arrivata l'economia dell'attenzione e una parte della divulgazione è diventata un genere letterario a sé stante.

La posizione di fondo è più o meno "Loro sono i complottari, noi siamo la SCIENZA". Quindi posso non sapere praticamente nulla dell'argomento specifico, leggere un paper, una system card o qualche thread e, mezz'ora dopo, presentarmi a spiegare al pubblico come stanno davvero le cose. Da notare che sta cosa la fanno pure accademici con una certa facilità all'interpretazione disinvolta, magari annoiati dall'ostica e pignola prassi di produrre ricerca vera.

Notavo che spesso, ma non sempre, il processo coincide pure con metriche non proprio entusiasmanti.
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La domanda sembra ricorrente, a chi giova tutto sto circo?

 

Qua sopra riguardo a comunicazione della scienza e divulgazione è stata spesa qualche parola, che alla fine è stata messa insieme. In primo luogo non riconoscerei a quella parte della divulgazione di cui si parla la dignità di genere letterario, perché il genere letterario riguarda opere letterarie e qua si parla d'altro, a meno che non si voglia conferire dignità letteraria a un post sui social o a un qualsiasi articolo di giornale: non tutta la comunicazione scritta è letteratura e per quello che riguarda quel tipo di divulgazione poi ormai parliamo sempre più spesso di comunicazione audiovisiva.

Il punto è l'economia dell'attenzione, per il poco che può valere la mia opinione. Cioè il punto è la performance e non parliamo di performance intellettuale ma di performance emotiva: dall'empatia al ribrezzo, quasi tutta la tavolozza dei contenuti emotivi viene usata per guadagnare l'attenzione del pubblico. Al che ci si renderà conto che il contenuto in sé, cioè l'informazione, resta in secondo piano. In primo piano ci sono la carica emotiva e il "colore", cioè il posizionamento in un panorama irrimediabilmente polarizzato. E' spettacolo e come scriveva Debord, lo spettacolo non esprime altro che il desiderio della società per il sonno.

Il sonno di cui parlava Debord è l'opposto dell'occhio vigile sulle contraddizioni della società stessa, è affine alla falsa coscienza di tradizione marxista. E' un sonno del pensiero, nel caso di quella divulgazione, perché il contenuto semplificato fino alla trivializzazione non deve essere elaborato dallo spettatore, è pronto per l'uso - in questo caso il passaggio da messaggio della divulgazione a risposta fornita da un LLM è un processo spontaneo che avviene senza alcun attrito.

E' sonno del pensiero perché la sua capacità di attrarre attenzione è determinata dalla carica emotiva e dalle parole d'ordine veicolate (la capacità di generare engagement), e il mot d'ordre ha lo scopo di preservare l'ordine sociale esistente (Deleuze/Guattari). In questo contesto cosa è l'espressione "metodo scientifico" se non un altro mot d'ordre ? Un ennesimo simulacro del tutto irreferente, usato per generare autorità o autorevolezza (eppure il referente ci sarebbe).

Quindi la domanda finale "A chi giova questo circo?" ha una risposta facile: allo spettacolo, cioè alle piattaforme socialmediatiche, e a chi lo produce facendo dell'economia dell'attenzione il proprio lavoro - o a chi prova a produrlo per compensare una vita professionale di cui è poco soddisfatto (i social sono il terreno di elezione per tutti coloro le cui qualità non sono all'altezza delle proprie aspirazioni).

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