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| https://www.nature.com/articles/d41586-026-02930-6 |
Qua sopra fin dall'inizio si prese una posizione chiara sugli inviti allo studio e alla lettura che dilagavano sui media social e non. Si fece notare che il problema non era leggere, ma cosa leggi, e non era tanto studiare ma capire quello che si studia.
I media degli ultimi 30 anni e in particolare i social media hanno lavorato esattamente in direzione contraria, producendo vaste folle (bolle) dove chi accusava l'altro di analfabetismo funzionale era di fatto incolto quanto lui. La parola d'ordine, non compresa ma assimilata acriticamente, sostituiva il processo cognitivo. In questo quadro l'uso di massa degli LLM costituisce il passo successivo: non si delega all'IA semplicemente il processo cognitivo, gli si delega anche quello scrittorio - la perfetta quadratura del cerchio. E tale delega dello scrivere viene pure rivendicata da molti che di scrittura vivono, che si lamentano di una caccia alle streghe anti IA e non si rendono conto che tra scrivere con un word processor e ottenere testo tramite un LLM la differenza è abissale (in fondo solo una conferma delle infime competenze linguistiche che sono la cifra del pop contemporaneo?).
Già Nature aveva parlato del de-skilling dei medici negli ospedali che usano l'IA per le diagnosi: i medici usavano l'IA e perdevano capacità diagnostica. Ora sulla stessa rivista arrivano le preoccupazioni sull'uso dell'IA da parte degli studenti.
All’inizio di quest’anno, il ricercatore in scienze dell' educazione Lixiang Yan si è reso conto che gli studenti potevano affidare interamente a un’intelligenza artificiale il lavoro del suo corso universitario.
Yan, che insegna all’Università Tsinghua di Pechino, in Cina, stava usando un’IA agentica chiamata Codex per impostare un corso online su una piattaforma di learning management. Ma è subito apparso chiaro che l’abile IA poteva completare autonomamente tutti i compiti, rispondere alle domande e partecipare alle discussioni, «senza che lo studente fosse coinvolto intellettualmente» in alcun modo, spiega Yan.
L’esperienza ha spinto Yan a pensare che insegnare agli studenti a ragionare e a pensare con la propria testa «è più critico che mai», dice. E non è certo l’unico. In un’indagine del 2025 su più di 1.000 docenti universitari statunitensi, condotta dall’American Association of Colleges and Universities, il 90% ha dichiarato di ritenere che l’IA generativa ridurrà le capacità di pensiero critico degli studenti. Circa il 20% degli studenti dell’istruzione superiore che usano l’IA ha affermato di trovare già più difficile affrontare i problemi senza di essa, secondo più di 8.000 rispondenti a un’indagine globale di quest’anno.
«L’apprendimento avviene come conseguenza dell’elaborazione cognitiva. L’elaborazione cognitiva è tipicamente faticosa, ed è proprio ciò che l’IA di fatto elimina», afferma lo psicologo cognitivo Daniel Willingham dell’Università della Virginia a Charlottesville. «La gente è davvero preoccupata per questo».
Gli LLM non sono "macchine per rimbecillire", ma sul terreno preparato dai social media questo può essere il loro effetto prevalente. I social hanno prodotto l'esatto opposto di quell'intelligenza condivisa sognata da Pierre Lévy, realizzando le condizioni perfette per la delega del pensiero e dell'attività creativa, evitando la fatica dell'elaborazione cognitiva (nei media attuali conta il posizionamento nel panorama polarizzato, il resto, cioè il contenuto, è accessorio).
Se questo fenomeno dilaga nella popolazione studentesca l'unica soluzione è avere professori in grado di accorgersene per prendere contromisure.
Ma nel frattempo dal fantastico mondo dei think tank a stelle e strisce cosa arriva?
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| https://www.brookings.edu/articles/ai-has-rendered-traditional-writing-skills-obsolete-education-needs-to-adapt/ |
Certo, l'IA ha reso obsoleta la capacità di scrivere. E apparentemente pure quella di pensare.


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