Se "complottista" (o novax, terrapiattista, putiniano, trumpiano etc) è stato usato a piacere per ridurre nello schema anticomplottisti-complottisti ogni posizione critica al di fuori dei complottismi stessi è perché il complottismo è una setta dispersa in rete, ma l'anticomplottismo che vuole salire sul piedistallo della scienza e di una supposta razionalità si è di fatto costituito come una chiesa. E non come una chiesa moderna, ma come una chiesa ostinatamente preconciliare, con il suo catechismo scritto nella pietra. La comunità scientifica come comunione dei santi, la vaccinazione come sacramento. E ovviamente una chiesa ha il suo clero. L'idea non è affatto nuova, è la riedizione di quel clero secolare di cui parlava Costanzo Preve nel 1996 (una delle sue intuizioni buone, a differenza di altre):
Qual è infatti il Clero di questa terza rivoluzione industriale? Con questo termine non intendiamo assolutamente riferirci ai sacerdoti delle grandi religioni monoteistiche mondiali, oggi gerarchizzate in ordine di importanza a seconda della loro vicinanza fisica all’oligarchia proprietario-finanziaria (nell’ordine: ebraismo, protestantesimo, cattolicesimo, Islam, ortodossia). A nostro parere questi sacerdoti (ricchi o poveri, grassi o magri, barbuti o glabri, funerei o multicolori, eccetera) fanno ormai parte del nuovo Terzo stato, ed in particolare di quella parte del lavoro autonomo ed indipendente che fornisce servizi “simbolici” alla riproduzione capitalistica .
La moderna politica "guidata dalla scienza e dalla ragione", incarnazione della rivoluzione industriale 4.X, si configura come una teocrazia tanto informale quanto rigida, al di fuori della quale c'è solo l'eresia, comprendente tanto la critica veramente razionale quanto il complottismo.
Questo è stato ben visto durante la crisi COVID, evento centrale anche nel libro di Amieth (L'industria del complottismo, vedere parte 2) e l'analisi del linguaggio e dell'immaginario della pandemia prodotta da Francesca Capelli (Wargasm, 2022) mostrava come il tutto fosse ben lontano dalla sfera delle discipline scientifiche con il loro approccio analitico e quantitativo.
Non ho potuto fare a meno di notare che sia nella prefazione di Elisa
Lello che nel testo di Amieth in qualche modo ci si muova nel solco di Isabelle Stengers, anche se per formazione culturale e/o accademica probabilmente entrambi ignorano questa autrice. Quello posto sugli altari dalla politica guidata dalla "scienza" non è razionalismo ma un suo simulacro
plasmato ad hoc. Se è "scienza" non ha a che fare con alcuna
disciplina scientifica, ma semmai è quel terzo ladro di cui Stengers parlò nel suo In catastrophic times (2015).
Un testo che, tanto per cambiare, all'epoca fu accolto molto male
dalle community proscienza: già allora non si poteva "parlar male" della
scienza, anche se chi scriveva non era certo estranea alla storia del
pensiero scientifico. E per "parlar male" si intendeva muovere un
quasiasi tipo di critica, anche la più documentata e circostanziata (un
paio di anni dopo rispondere con le equazioni differenziali del modello
SIR alla virostar per eccellenza sarebbe stato "infangare la
competenza"). La Stengers, chimico per formazione poi passata alla filosofia della
scienza, ha collaborato per anni con Ilya Prigogine. Con Prigogine Stengers fu coautrice di un testo che per me ha contato molto, The End of Certainty (1997). Un testo concettualmente all'antitesi del catechismo della fede "scientifica", fede che ha tra i suoi tratti principali un'ostinata avversione nei confronti dei classici e della cultura umanistica - mentre gli autori del testo ricordavano che Einstein aveva dichiarato più volte di aver imparato di più da Fyodor Dostoevskij che da qualsiasi fisico.
Alla fine di quell'opera si parla di due opposte visioni del mondo,
alienate e alienanti ("Tutto è prevedibile", "Niente è prevedibile"). Da anni ormai ci vedo un parallelo con anticomplottismo/complottismo. Prigogine e
Stengers parlavano della necessità di una terza via tra quei due poli e
Sara Gandini e Paolo Bartolini hanno fatto lo stesso,
predicando la necessità di una terza via tra anticomplottismo e
complottismo. Per quanto vagamente definita o non definita credo che
parlando di terza via si parli di critica razionale, una critica che
rifiuta le semplificazioni del fronte del delirio e dei suoi
fiancheggiatori senza per questo accettare il catechismo dei
conformisti. Ma una critica razionale non può erodere in quanto tale la
dicotomia di un dibattito ridotto all'opposizione
anticomplottisti-complottisti, tra chiesa della "scienza" e settarismi: una critica razionale
non è funzionale alla prosecuzione di un dualismo in cui ognuno dei due
poli fonda l'esistenza dell'altro. La critica razionale in questo contesto sarà perlopiù omologata da entrambi
al proprio avversario (been there, done that).
La premessa per un'azione politicamente significativa è una premessa culturale. Se due fedi opposte sono alla base della sterilizzazione del dibattito pubblico, l'unica possibile risposta è la laicità. "Laico" ha in italiano una lunga storia e una stratificazione profonda di accezioni, ma uso il termine con un significato forse desueto, quello che contrappone "laico" a "credente", e guarda caso "credere nella scienza" è stato uno dei leit motiv degli ultimi 10 anni. Peccato che con la fede nella scienza non ci prevedi il bosone di Higgs e non lo confermi sperimentalmente. Con fede nella scienza non ci fai neanche una titolazione acido forte-base forte (che per i non chimici sarebbe il livello 0.1).
Occorre quindi lavorare all'allargamento di un'area laica partendo da quel che c'è, perché da quel che mi ricordo qualcosa c'è. Non semplice, specialmente con la nuova amministrazione Trump insediata negli USA, destinata a fornire mesi se non anni di rinnovata polarizzazione. E poi l'Italia con la laicità ha un problema plurisecolare.
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