Mitchell Feigenbaum era un caso insolito. Aveva all’attivo esattamente un articolo pubblicato e non stava lavorando a nulla che sembrasse particolarmente promettente. I suoi capelli erano una criniera arruffata che si allungava all’indietro dalla sua ampia fronte, nello stile dei busti dei compositori tedeschi. I suoi occhi erano vivaci e appassionati. Quando parlava, sempre rapidamente, tendeva a omettere articoli e pronomi in un modo vagamente mitteleuropeo, benché fosse originario di Brooklyn. Quando lavorava, lo faceva in modo ossessivo. Quando non poteva lavorare, camminava e pensava, di giorno o di notte, e la notte era la migliore di tutte. La giornata di ventiquattro ore gli sembrava troppo limitante. Tuttavia, il suo esperimento di quasiperiodicità personale giunse al termine quando decise che non poteva più sopportare di svegliarsi al tramonto, come inevitabilmente accadeva ogni pochi giorni.
All’età di ventinove anni era già diventato un sapiente tra i sapienti, un consulente ad hoc al quale gli scienziati si rivolgevano per qualsiasi problema particolarmente ostico, quando riuscivano a trovarlo. Una sera arrivò al lavoro proprio mentre il direttore del laboratorio, Harold Agnew, se ne stava andando. Agnew era una figura influente, uno degli originari allievi di Oppenheimer. Aveva sorvolato Hiroshima a bordo di un aereo con strumenti di rilevazione che accompagnava l’Enola Gay, fotografando lo sgancio del primo prodotto del laboratorio.
«So che sei davvero intelligente», disse Agnew a Feigenbaum. «Se sei così intelligente, perché non risolvi proprio la fusione laser?»
Persino gli amici di Feigenbaum si chiedevano se avrebbe mai prodotto un lavoro suo. Per quanto fosse disposto a fare magie improvvisate con le loro domande, non sembrava interessato a dedicare le proprie ricerche a un problema che potesse dare risultati concreti. Pensava alla turbolenza nei liquidi e nei gas. Pensava al tempo - scorre in modo fluido in avanti o procede a scatti discreti come una sequenza di fotogrammi di un film cosmico?...
...Quando Mitchell Feigenbaum iniziò a occuparsi del caos a Los Alamos, era uno di una manciata di scienziati sparsi qua e là, per lo più sconosciuti l’uno all’altro. Un matematico di Berkeley, in California, aveva formato un piccolo gruppo dedicato a creare un nuovo studio dei “sistemi dinamici”. Un biologo delle popolazioni all’Università di Princeton stava per pubblicare un appello appassionato affinché tutti gli scienziati esaminassero il comportamento sorprendentemente complesso che si nasconde in alcuni modelli semplici. Un matematico dedicato alla geometria che lavorava per l’IBM cercava una nuova parola per descrivere una famiglia di forme – frastagliate, aggrovigliate, scheggiate, tortuose, fratturate – che considerava un principio organizzatore della natura. Un fisico matematico francese aveva appena sostenuto, in modo controverso, che la turbolenza nei fluidi potesse avere qualcosa a che fare con una strana e infinitamente aggrovigliata astrazione che chiamava “strano attrattore” .
Il matematico a Berkeley era Stephen Smale, che ricevette la Medaglia Fields nel 1966, il biologo a Princeton (in realtà un un fisico prestato alla biologia delle popolazioni) era Lord Robert May, il matematico studioso di geometria Benoit Mandelbrot e il fisico francese David Ruelle (Feigenbaum lo avete incontrato qui). Nomi totalmente dimenticati, in Italia, dal recente "discorso sulla scienza". Occorre notare che la narrazione di Gleick non includeva Ilya Prigogine se non nel capitolo con l'apparato bibliografico Notes And Further Readings, dove si cita Order Out Of Chaos. Questo fatto non fu senza conseguenze: se effetto farfalla e frattali entrarono appieno nell'immaginario pop e se il concetto di strano attrattore ebbe una forte ascendenza sul cyberpunk letterario, in quel movimento Bruce Sterling fu l'unico a traghettare nella fiction il Nobel per la Chimica russo-belga creando il concetto di balzo prigoginico (un punto di biforcazione nell'evoluzione dell'umanità, o meglio della postumanità, nel sistema solare).Big Numbers, di Moore e Sienkiewicz, che avrebbe dovuto intitolarsi The Mandelbrot Set, uscì in una forma inusuale. Albo quadrato di 10 pollici per 10 pollici, 40 pagine, spillato. In bianco e nero, o meglio in sfumature di grigio. La griglia di vignette di Watchmen (3x3) era stata espansa in una 4x3, grazie al formato insolito. E le prime otto pagine del primo numero, vignetta dopo vignetta, senza parole, scandivano il sogno di una donna addormentata al suo posto su un treno locale. Un sogno inquietante, mentre nel terreno incolto adiacente la ferrovia un ragazzino cerca qualcosa da gettare contro il treno, individua un pesante bullone e lo scaglia, infrangendo il vetro del finestrino dello scompartimento dove è la donna. Una buona descrizione dell'opera per come la conosciamo la mutuo da qui: una società americana costruisce un centro commerciale ai margini della città di Hampton e sconvolge la vita di tutti coloro che ne vengono coinvolti. Questo è il punto di partenza, ma in realtà parla di molto altro: della follia, del mondo quantistico e della teoria del caos nella vita quotidiana.
Nella copertina del primo numero l'insieme di Mandelbrot sopravviveva nel punto sulla "i" di "Big". Della serie uscirono solo due numeri, il terzo, da un certo punto di vista postumo rispetto al progetto iniziale (19 anni dopo) , uscì online nel 2009. Ci sono alcuni megabyte on line sulle vicende della serie, sul perché e il per come non venne finita. Se avete voglia e pazienza potete leggervi Last War On Albion, di Elizabeth Sandifer su Eruditorum Press.
Si tratta di una doppia, esplicita citazione: Mind Tools e "Life is a fractal in Hilbert Space", titolo di uno dei capitoli del libro, con tutta probabilità quello che ispirò il concetto dell'opera a Moore (che accennerà alla cosa 20 anni dopo in una intervista):
Perché descrivo esattamente questo tipo di costruzione software come un frattale? Il motivo è che qualsiasi parola nel pattern è davvero centrale quanto qualsiasi altra parola. In ogni posizione ci sono moltissimi rami che si diramano, ed è proprio così che ci si sente, no? Se qualcuno vuole parlarmi di me stesso, posso cominciare praticamente da qualsiasi punto. In effetti, invece di far partire sempre il programma con la sigaretta accesa alle 4:08, sarebbe ugualmente valido farlo partire da una posizione casuale, o dai rami che si dipartono da qualsiasi parola particolare che il lettore voglia selezionare.
Quanti rami si dipartiranno da ogni parola chiave? Moltissimi. Se si prendono in considerazione qualità sempre più raffinate, non c'è fine alle domande che si possono porre su un concetto semplice come "SIGARETTA." Qualsiasi concetto nel mio mondo è in relazione con molti, moltissimi altri concetti. Spingendo un po' oltre, potremmo persino dire che in ogni punto ci sono infiniti rami. Come spiegherò nella sezione successiva, i matematici usano l'espressione "spazio di Hilbert" per indicare un tipo comunemente usato di spazio a infinite dimensioni, quindi se pensiamo a ciascuna linea di indagine (direzione di ramo) come a qualcosa di simile a una dimensione, ha senso parlare del mio frattale di vita come di un frattale nello spazio di Hilbert.
Visto dall'esterno, sono davvero la stessa cosa del mio frattale di vita completo. All'interno della mia vita, ho la sensazione che il tempo passi, di essere vivo, di avere libero arbitrio, e così via, ma in termini di ciò che posso effettivamente dire della mia vita, sono lo stesso del mio software, lo stesso del mio frattale di vita. Lo spazio di Hilbert, con tutte le sue dimensioni, ha posto per molte cose. Ha posto per il tuo frattale di vita così come per il mio; ha posto per il frattale di vita di tutti. È evidente che questi frattali si connetteranno in certi punti, per esempio nei punti in cui le persone interagiscono, o nei punti in cui le persone condividono credenze comuni. Tutto si somma in un unico grande frattale di vita universale!
Rudy Rucker non protestò per la citazione. D'altra parte, accademico e atipico divulgatore, probabilmente era più affezionato al suo essere romanziere e in particolare all'essere uno scrittore cyberpunk.
Perché il nome originale della serie non fu mantenuto? Moore, prima di procedere, contattò Mandelbrot per chiedere il permesso di intitolare la serie con il suo nome.
Mandelbrot rispose con una lettera molto gentile in cui diceva che in linea di principio era favorevole all'uso della matematica frattale per scopi educativi o di intrattenimento.
Tuttavia, in quel periodo (fine anni '80) c'era una controversia interna nel mondo accademico della matematica. Alcuni matematici più conservatori criticavano duramente i frattali e accusavano Mandelbrot stesso di essere un egocentrico che cercava esposizione mediatica. Usare il suo nome per un fumetto avrebbe prestato il fianco ad ulteriori accuse nei suoi confronti. La cosa è testimoniata in una vignetta nel lavoro autobiografico di Eddie Campbell Alec - The years have pants. Campbell aveva a lungo lavorato con Moore a From Hell e quindi era persona informata dei fatti.
Lo zenit del caos nella mappa della cultura occidentale fu raggiunto con l'uscita del film Jurassic Park (1993) di Steven Spielberg, tratto dall'omonimo romanzo di Michael Crichton (1990). Le parti del romanzo erano presentate come iterazioni di un frattale:
Il frattale è il Drago di Heighway ma Crichton non lo usò in modo esatto. Resta il fatto che in Crichton il protocollo, la tecnica, la scienza sono l'infrastruttura in cui i personaggi si muovono. Ed è, fin da The Andromeda Strain, una scienza iperreale (per esigenze narrative) ma con le incertezze, l'incognito e gli outlier. Da questo punto di vista la maggior parte del corpus della sua narrativa è più realistica della maggior parte dell'attuale divulgazione. Con il suo background Crichton non poteva rimanere indifferente al senso delle teorie del caos e dei frattali.
Crichton, Moore, gli autori del cyberpunk usavano l'immaginario di teorie del caos e frattali. Lo facevano per produrre fiction (arte, se volete), una fiction ricca di senso. Le fondamenta di quel senso erano la complessità. E "complessità" come fondamenta è cosa del tutto altra da "complessità" come decorazione. Nel discorso pubblico attuale sulla scienza "complessità" è pura decorazione nel senso di "accessoria". "La scienza dice ed è complesso" mette l'accento sulla "verità scientifica" e in questo contesto "complessità" è accessorio per significare "i più non possono capire ma si devono fidare".
Non solo. La mappa culturale delle teorie del caos segnò un periodo in cui il demone di Laplace era stato largamente espunto dalla cultura occidentale: anche se potessimo conoscere le condizioni iniziali per ogni frammento dell'universo, non potremmo determinarne l'esito perché il minimo errore nella determinazione in quelle condizioni produrrebbe risultati divergenti. Una rivendicazione delle ragioni della complessità che rimanda a citazioni classiche: There are more things in heaven and earth, than are dreamt of in your philosophy.
(to be continued)



















