lunedì 12 gennaio 2026

ATTI IRREVERSIBILI (RELOADED)

 

Diagrammi di biforcazione. Per quanto siano oggetti matematici (quello che vedete è prodotto da un computer) hanno una potenza concettuale che trascende la matematica stessa. Fu quella che ispirò Bruce Sterling per Schismatrix , facendogli coniare il termine balzo prigonico: uno snodo nell'evoluzione dell'umanità in cui essa passa a un nuovo stato. La fantascienza su multiversi e simili si basa spesso sul fatto che un evento irreversibile possa avere due esiti differenti (o che si possa verificare o no): la stessa possibilità dell'evento produce due universi, quello in cui l'esito è A e quello in cui l'esito è B - Sliding Doors (1998), praticamente (il film che lanciò Gwyneth Paltrow). Potete ben constatare quanto tutto ciò sia analogo a un diagramma di biforcazione.

Ognuno ha esperienza di eventi irreversibili: la morte è l'evento irreversibile per eccellenza, per fare l'esempio più ovvio (fermo restando che dal punto di vista della termodinamica del singolo essere umano non si tratta di irreversibilità - quello di cui è fatta la vita - ma di equilibrio, quello della materia inanimata - old chemists never die, they just reach the equilibrium e il processo di transizione da irreversibilità a equilibrio fu raffigurato in affreschi medievali ). Ma di solito non si considera una possibilità che è propria solo della vita cosciente e in particolare di quella intelligente: la capacità di prendere decisioni che originano atti irreversibili.  Tornando al diagramma, un atto irreversibile è una biforcazione determinata dalla volontà e non un frutto delle stesse proprietà del sistema. Non si tratta assolutamente di un concetto ignoto: per secoli una parte rilevante delle culture umane ha dato un'importanza centrale al libero arbitrio dell'individuo, che specialmente nella tradizione veterotestamentaria ha in potenza la capacità di salvare o dannare un'anima. Ah, al proposito: il libero arbitrio esiste, al contrario di quel che sostiene qualcuno, ancora perso nel sogno di Laplace duecento anni dopo (in poche parole, la calcolabilità del tutto e della sua evoluzione è solo un problema di dati che mancano). La cosa degna di nota dei vari neodeterminismi in circolazione è che continuano a inquadrare il problema come "causalità vs caso", senza aver coscienza che lo stesso determinismo sfocia nel caos, se parliamo di sistemi con dinamiche non lineari (cioè la maggioranza di quelli che ci circondano). E' passato quasi mezzo secolo da quando Prigogine parlò della contrapposizione tra due visioni alienate e alienanti, "tutto è prevedibile" vs. "niente può essere predetto". E siamo ancora lì.  Robert May intitolò la sua Croonian Lecture del 1986 Quando due più due non fa quattro - una provocazione che ancora oggi coglie il nocciolo della questione.

Il diagramma di biforcazione dell'immagine è deterministico, ma se prendete uno dei punti all'estremità destra è difficile definirne univocamente la storia. Questo non significa assolutamente che non siano  frutto di un processo causa-effetto, ma solo che gli esiti di tale processo non sono certamente prevedibili. Andando da sinistra a destra si può solamente attribuire una probabilità ad ogni risultato (nel caso dell'immagine abbiamo una miriade di diversi esiti ognuno con probabilità molto bassa, per cui anche le valutazioni probabilistiche possono risultare futili). Con gli anni mi viene da dire che una supposta "alfabetizzazione scientifica" che non riesce ad afferrare il concetto di orbitale atomico e continua a parlare di traiettorie degli elettroni attorno al nucleo non può spingersi oltre. In centinaia di migliaia in Italia dicono o scrivono "meccanica quantistica" ma solo una frazione infinitesima di loro capisce che

è una questione di autovettori e autovalori: nel modello atomico quantomeccanico gli autovalori sono i numeri quantici e il modulo di ψ2 è la probabilità di trovare un elettrone in un punto dello spazio attorno al nucleo atomico. Questo è esattamente il punto di rottura tra discipline scientifiche e popolarizzazione della "scienza". La maggioranza del pubblico dei contenuti scientifici sui media rimarrà estasiato dall'ostensione delle immagini di Einstein e Hawking e il processo si fermerà lì. Il resto saranno "tecnicismi", mentre invece si tratta del nocciolo, della vera natura della questione. Riguardo il nocciolo della faccenda c'è una citazione d'obbligo:

https://www.youtube.com/watch?v=iFmTvsojCTQ

E con le dinamiche non lineari (caos) è la stessa cosa: si continua a pensare che sistemi più o meno semplici (o estremamente complessi) siano ingabbiabili in qualche formalismo lineare mentre così non è. Gli immensi risultati delle discipline scientifiche nel XX secolo sono stati emendati e omogeneizzati in un vademecum per educande/i - e decisori politici, purtroppo. "la Scienza dice", produrre certezze, verità e previsioni attendibili, mentre le grandi menti scientifiche del XX secolo hanno detto e ripetuto che non è una questione di verità, che le incertezze sono più grandi delle certezze e relativamente poco di quel che ci circonda è esattamente prevedibile. 

Se guardate alla vostra esperienza personale e al vostro vissuto probabilmente di atti irreversibili non ne ricordate molti. C'è qualcosa di molto consolatorio nel pensare che quel che è fatto possa essere disfatto, che presa una strada si possa comunque tornare indietro fino al bivio e riconsiderare la propria scelta. E questo è quello che la maggior parte della gente pensa e fa il più delle volte, o almeno ogni volta che gli riesce. Ma non sempre. Per il resto...

Two roads diverged in a yellow wood,
And sorry I could not travel both
And be one traveler, long I stood
And looked down one as far as I could
To where it bent in the undergrowth;

Then took the other, as just as fair,
And having perhaps the better claim,
Because it was grassy and wanted wear;
Though as for that the passing there
Had worn them really about the same,

And both that morning equally lay
In leaves no step had trodden black.
Oh, I kept the first for another day!
Yet knowing how way leads on to way,
I doubted if I should ever come back.

I shall be telling this with a sigh
Somewhere ages and ages hence:
Two roads diverged in a wood, and I—
I took the one less traveled by,
And that has made all the difference.

PS: Trattando certi temi o parli a tutti usando metafore poetiche e vendendo emozioni 
o parli a chi vuole fare un sforzo per capire (il che, non dovendo campare di comunicazione della "scienza", è pur sempre un'opzione).

venerdì 9 gennaio 2026

PER IL PETROLIO PIU' SPORCO DEL MONDO - 3- LETTURE DELLA PRODUZIONE VENEZUELANA

 

Fonte: https://www.eia.gov/international/analysis/country/VEN 


Ecco lo storico della produzione petrolifera del Venezuela a partire dagli anni 90. 

E c'è chi lo interpreta, per esempio, dicendo che dal 1990, con l'Apertura Petrolera di Pérez, la compagnia petrolifera statale venezuelana, PDVSA, forma joint ventures con Chevron, ConocoPhillips, Exxon (e Total, Equinor, BP) e la produzione decolla fino ad arrivare a 3,5 milioni di barili al giorno. Nel 1998 Hugo Chavez viene eletto presidente, e comincia il declino a causa della nuova nazionalizzazione delle risorse petrolifere, di politiche fallimentari e della crescente corruzione inizia un lento declino. Quando Chavez muore nel 2013 Maduro gli succede e le cose vanno di male in peggio, Nel 2014 il crollo dell'economia, l'aumento della povertà, della criminalità e la penuria di generi alimentari provocheranno una serie di grandi e diffuse proteste. Nel 2016 le proteste si tramuteranno in sommosse che Maduro reprimerà duramente. Nel 2017 a causa di tutto questo arriva un primo pacchetto di sanzioni USA e EU. Maduro rimane al suo posto e nel 2019 arriva una seconda tranche di sanzioni. Nel frattempo l'industria estrattiva venezuelana è stata ridotta a un rottame a stento in grado di mantenere un terzo dei livelli di produzione del 1998. Il resto è cronaca recente.

Ma un'altra storia potrebbe forse essere raccontata da quanti a ENI hanno gestito e gestiscono le operazioni della compagnia italiana in Venezuela, dove entrò proprio con l'arrivo di  Chavez alla presidenza, nel 1998, e dove rimane, nonostante le sanzioni, a differenza di quel che ha fatto Total...

Oppure la storia può essere raccontata dal punto di vista delle tormentate vicende di una monocoltura latinomericana, non diversa dalle "repubbliche delle banane" dell'inizio del 1900: l'export venezuelano è costituito al 95% da petrolio anzi, da un petrolio con pochi sbocchi commerciali. Con l'Apertura Petrolera si stabilì un quadro in cui PDVSA era minoranza in tutte le joint ventures (tra il 30% e il 49,9% e le joint ventures pagavano l'1% di royalties (cioè niente) per i primi 9 anni, poi sarebbero passate al 16,67%. Quindi potete osservare il boom della produzione petrolifera venezuelana degli anni '90 e concludere facilmente che, al netto degli investimenti nell'estrazione, più della metà di quei profitti andarono a finire negli USA. Chàvez arriva alla presidenza di un paese con indice di Gini di 0.49 (altissime diseguaglianze), e alza le royalties al 16.67% nel 2004 (in anticipo) e poi al 30% nel 2006 (e Exxon e ConocoPhillips se ne vanno, sbattendo la porta, ma le altre restano). La produzione ha una flessione, ma allo stato venezuelano arriva il 70% del valore del petrolio, che va a finanziare programmi di welfare (istruzione, sanità, casa) riducendo l'indice di Gini del paese a 0,39 - il più basso dell'America Latina, all'epoca. Poi Chavez muore, gli succede Maduro che in capo a un anno si ritrova in una situazione da incubo: il barile di petrolio, che era a 100 dollari e più, precipita a 30 dollari: il budget dello stato venezuelano viene ridotto del 70% e il Venezuela non è autonomo per la produzione dei generi di prima necessità, nonostante la riforma agraria chavista, l'indice di Gini ritorna al punto di partenza. Quindi inflazione, penurie alimentari, manifestazioni e alla fine le sommosse, seguite dalla repressione, emigrazione massiccia. Nel 2017 arriva il primo pacchetto di sanzioni, USA ed europee, che rende impossibile o quasi il finanziamento bancario a PDVSA. Le conseguenze sono immediatamente visibili sul grafico. Le successive sanzioni del 2019 sono semplicemente i proverbiali chiodi nella bara. La risalita a partire dal 2020 è guidata dal mercato cinese e dall'intervento russo, ma a partire dal 2017 non ci sono quasi più risorse per la manutenzione degli impianti.

E così si arriva alla situazione attuale, sintetizzata da questa cartina e il nuovo capitolo è tutto da scrivere. Sappiamo chi vuole scriverlo e come vuole scriverlo, ma nessuno sa cosa accadrà davvero.

















In ogni caso, riguardo a quel che si racconta, è chiaro che per chi arriva in una nazione per estrarre una risorsa naturale la situazione ottimale sia ricavarne il massimo profitto, remunerando quella nazione con poco, meglio pochissimo, se possibile niente. Condizioni che non sono mai un bene per la maggioranza dei cittadini di quella stessa nazione. Un tempo qualcuno, alla guida di un'azienda petrolifera, pensò che la situazione migliore per lavorare con quelle nazioni fosse offrire condizioni più eque, ma la sua vita si spense in quello che, a tutt'oggi, resta ufficialmente un incidente aereo.


















mercoledì 7 gennaio 2026

PER IL PETROLIO PIU' SPORCO DEL MONDO (VENEZUELA E GREGGIO DELL'ORINOCO)- 2

Sto leggendo innumerevoli commenti che paragonano le attuali riserve di greggio del Venezuela con quelle dell'Arabia Saudita. E si tratta di un nonsenso.

Il petrolio saudita è prevalentemente light sweet, bassa viscosità, alto tasso di idrocarburi leggeri, basso contenuto di zolfo. Può essere lavorato da qualsiasi raffineria in qualsiasi parte del mondo.

Le attuali riserve venezuelane sono invece extra heavy sour oil , altissima viscosità, altissimo tasso di idrocarburi pesanti, alto tasso di zolfo (e di metalli pesanti). Le capacità per raffinare questo greggio non sono diffuse, ma altamente concentrate da un punto di vista geografico: area USA del Golfo del Messico, India, Cina. In Europa un greggio del genere può essere raffinato a Rotterdam (ExxonMobil, Pernis, BP Rotterdam), il resto è trascurabile.

E questo fa una grande differenza perché l'adattamento di impianti esistenti per lavorare l'extra heavy sour oil è costoso e il costruirne di nuovi già adatti costosissimo, specialmente dove le leggi ambientali sono più stringenti.

Tutta questa questione nasce dal fatidico "prima venne la tecnologia". Quando venne installata e dove?

La crisi petrolifera del 1986, nota anche come "controshock petrolifero" o "oil glut degli anni '80", non fu un aumento dei prezzi come le crisi del 1973 e 1979, ma un drastico crollo del prezzo del greggio, che passò da circa 27-30 dollari al barile alla fine del 1985 a meno di 10 dollari nel luglio 1986. Paradossalmente i prezzi bassi (e considerazioni geopolitiche, come la riduzione della dipendenza dal petrolio medioorientale) favorirono in USA le poche raffinerie capaci di lavorare l' extra heavy sour oil , mentre quelle tradizionali morivano come mosche. Questo perché il prezzo dell' extra heavy sour oil era crollato molto al di sotto di quello del Brent e del petrolio saudita. Il successivo adeguamento degli impianti, negli anni 90, riguardò quasi esclusivamente le raffinerie USA del Golfo del Messico: furono installate cokerie, desolforazioni e hydrocracking, e le compagnie coinvolte furono principalmente Chevron e Exxon. Il processo fu strettamente collegato all'Apertura Petrolera di Pérez in Venezuela. Notare bene, l'Apertura Petrolera non fu una privatizzazione totale ma un'apertura al privato che vide in questi frangenti PDVSA (compagnia statale venezuelana), in joint venture con Citigo, diventare uno dei major player per il raffinamento dell'heavy sour nel Golfo del Messico americano.

Così fu creata una capacità industriale e fu creata in USA. Una delle vecchie regole dell'economia degli impianti chimici è che un impianto deve lavorare al pieno della sua capacità ed espandere la propria capacità in continuazione. Fermandosi al primo termine del teorema, per lavorare al pieno della capacità si deve avere a disposizione la materia prima da processare. L'hub del Golfo del Messico per la raffinazione dell'heavy sour poteva contare su due differenti forniture geograficamente e geopoliticamente molto diverse: il Venezuela e il Canada. E l'andamento delle importazioni USA di heavy sour degli ultimi 30 anni già fa intuire una storia geopolitica.

Fonte: https://www.eia.gov/dnav/pet/pet_move_impcus_a2_nus_epc0_im0_mbblpd_a.htm

Il grafico mostra come si sia passati da forniture paritarie tra Venezuela e Canada a una prevalente fornitura canadese mano a mano che la situazione politica venezuelana e i rapporti tra Venezuela e USA cambiavano (vedi sanzioni del 2019 contro il Venezuela, con effetto ben visibile nel grafico). Pure il Canada dipende essenzialmente dalla capacità di raffinazione americana per le sue oil sands, anche se ha messo in opera la trasformazione del bitume delle sabbie in Synthetic Crude Oil (SCO, light sweet, che può essere raffinato ovunque), a cui è ormai destinato il 40% della produzione di bitume. Ma il rimanente 60% è dilbit (Diluted Bitumen) destinato alle raffinerie americane del Golfo. 
E nel frattempo per il Venezuela succedeva questo:


Fonte: https://www.ceicdata.com/en/indicator/venezuela/crude-oil-exports


La crescita delle importazioni indiane e cinesi dell'extra heavy sour venezuelano va di pari passo con la costruzione di impianti capaci di raffinarlo nei due paesi (nel grafico si vede l'effetto delle sanzioni USA contro il Venezuela del 2019 sull'import indiano, ma molto meno su quello cinese).

Due note: 

1) Le sanzioni 2017/2019 hanno reso difficile e alle volte impossibile l'approvvigionamento di quei diluenti che sono indispensabili per l'estrazione del petrolio dell'Orinoco. E questa è la prima spiegazione per il crollo della produzione degli ultimi anni (quindi la capacità di produzione venezuelana è broken, sì, grazie alle sanzioni).

2) A partire dall'Apertura Petrolera gli investimenti esteri ci sono stati, certo, nella capacità estrattiva dell'extra heavy sour venezuelano, investimenti prima americani. poi russi e cinesi. Ma mai nessuno ha investito in capacità di raffinazione in loco. L'altra tecnologia che avrebbe permesso all'extra heavy sour venezuelano di non essere vincolato agli attuali mercati di sbocco, l'upgrading, cioè la trasformazione in SCO, come in Canada, è stata installata: solo in minoranza è totalmente di proprietà venezuelana e per imperscrutabili ragioni o non lavora o lavora al 10% della capacità nominale. Eppure la capacità nominale ci sarebbe...

UpgraderJoint Venture PrincipaleCapacità Nominale (b/g)Note
PetropiarPDVSA (70%) + Chevron (30%)~210.000L'unico parzialmente operativo con partner USA.
PetrocedeñoPDVSA (100%, ex Total/Equinor)~190-200.000Spesso offline o a bassa utilizzazione.
PetromonagasPDVSA (ex Rosneft)~160-180.000Problemi cronici.
PetrosanfelixPDVSA (100%)~150-180.000Quasi sempre offline, cannibalizzato per parti.
Totale
600-650.000 b/gCapacità teorica complessiva.

Nota: Total (Francia) e Equinor (Norvegia) escono da Petrocedeño quando arrivano le sanzioni (rimanendo rischiavano sanzioni secondarie).

Non un caso che l'unico impianto per l'upgrade parziamente operativo sia quella con in mezzo Chevron. La General License 41 (emessa nel 2022 sotto Biden) permetteva a Chevron di operare in joint venture con PDVSA (come Petropiar) e esportare petrolio verso gli USA, con condizioni rigide (nessun profitto diretto a PDVSA/Maduro).
A marzo 2025, l'amministrazione Trump ha inizialmente revocato/emendato la licenza (GL 41A e 41B), imponendo una chiusura graduale delle operazioni.
Tuttavia, nell'estate 2025 (luglio-agosto), Trump ha invertito la rotta, concedendo una rinnovata licenza ristretta a Chevron per continuare con operazioni limitate, a condizioni severe: nessun pagamento diretto al governo venezuelano (tasse, royalties), e focus solo su joint venture esistenti. Per questo Petroplar ha meno problemi di approvvigionamento per materie prime e parti di ricambio per gli impianti - ma comunque il suo impianto di upgrading produce poco.

Quindi è chiaro che uno dei let motiv è vincolare il petrolio dell'Orinoco a pochissimi mercati sbocco, mentre la questione dal lato USA si riduce a quali siano le ragioni di una ristrutturazione dell'approvvigionamento delle raffinerie americane del Golfo del Messico, perseguita con le recenti azioni militari. E credo che sia una domanda che pochi abbiano posto in questi termini, per ora. 

AGGIORNAMENTO:


https://abcnews.go.com/Politics/trump-demands-venezuela-kick-china-russia-partner-us/story?id=128963238

 La risposta alla domanda è arrivata molto velocemente.

 

lunedì 5 gennaio 2026

PER IL PETROLIO PIU' SPORCO DEL MONDO (VENEZUELA E GREGGIO DELL'ORINOCO)

 


Io conobbi Bolívar un mattino andando
a Madrid, alla testa del Quinto Reggimento.
Padre, gli dissi, sei, o non sei, o chi sei?
E guardando la Caserma della Montagna, lui disse:
“Mi sveglio ogni cento anni, quando si sveglia il popolo”. 

(Pablo Neruda, Un canto para Bolívar)

Ai tempi dell'università divisi il laboratorio per un certo tempo con un ingegnere chimico venezuelano. In Italia erano i tempi delle grandi privatizzazioni. Lui mi disse che era piuttosto sconvolto dall'entusiasmo che sentiva sui media italiani al riguardo. "Da noi tutto è stato privatizzato, anche i trasporti pubblici. I biglietti del bus sono arrivati a prezzi impossibili". Queste conversazioni avvennero nell'anno di grazia 1992. In Venezuela nel febbraio 1989, il presidente Carlos Andrés Pérez introdusse un programma di aggiustamento strutturale neoliberista che causò un aumento del 30% dei costi dei trasporti pubblici - e aprì alle privatizzazioni in campo petrolifero. Curiosamente Pérez era lo stesso che aveva nazionalizzato negli anni '70 il petrolio venezuelano, che al tempo era il light oil, principalmente della zona di Maracaibo. Ma le privatizzazioni dell'89 provocarono una violentissima insurrezione, il Caracazo, che venne repressa con un bagno di sangue. Wikipedia scrive che quella rivolta fu l'inizio del chavismo , ma il golpe di Chavez del '92 fallì. A posteriori si può dire che i protagonisti del Caracazo non avevano alcuna rappresentanza politica. Può essere che la base del Caracazo abbia poi trovato rappresentanza in Chavez (non sono un esperto del Venezuela e della politica venezuelana), ma certe attribuzioni a parte post mi lasciano perplesso.

Ricordo proprio ai primi degli anni '90 una certa attività di ricerca sul recupero di vanadio da ceneri del crudo pesante venezuelano. E ricordo pettegolezzi ormai antichi su un imprenditore italiano che aveva intermediato una partita di petrolio pesante dell'Orinoco con ENEL, con un contratto tipo "Tu mi paghi per il greggio che userai come combustibile in centrali termoelettriche e poi mi conferirai le ceneri". Uno dei commenti fu "Un genio! Si fa pagare da ENEL per fargli fare il lavoro sporco e alla fine si prende il vanadio!" (il vanadio è usato in leghe metalliche speciali, come catalizzatore e nella produzione di batterie).

Già. Il greggio leggero venezuelano è quasi esaurito da tempo e quello che è rimasto, il greggio pesante, è uno dei più sporchi del mondo, considerando il contenuto combinato di zolfo e metalli pesanti.

Il petrolio pesante venezuelano della Fascia dell'Orinoco e il bitume delle sabbie bituminose canadesi dell'Alberta rappresentano due delle più grandi risorse di idrocarburi non convenzionali al mondo. Entrambi sono greggi pesanti con caratteristiche simili, ma differiscono in composizione chimica, metodi di estrazione e impatto ambientale.

La Fascia dell'Orinoco si estende per circa 55.000 km² nel Venezuela orientale, a nord del fiume Orinoco, negli stati di Guárico, Anzoátegui e Monagas, contenendo riserve stimate in oltre 300 miliardi di barili di olio extra-pesante, le più grandi al mondo. Le sabbie bituminose canadesi coprono invece circa 142.000 km² nel nord-est dell'Alberta, con i depositi principali ad Athabasca (vicino Fort McMurray), Cold Lake e Peace River, per riserve recuperabili di circa 163-170 miliardi di barili, seconde solo al Venezuela.

Entrambi sono classificati come olio extra-pesante o bitume, con alta viscosità che li rende non fluibili naturalmente. Ma c'è una differenza: le sabbie bituminose canadesi vengono estratte in miniere a cielo aperto, mentre il greggio pesante venezuelano viene estratto tradizionalmente, ma dopo l'uso di diluenti (frazioni idrocarburiche leggere), iniettate nel sito di estrazione per fluidificare la massa da estrarre. Inoltre se il contenuto di zolfo è paragonabile, il greggio dell'Orinoco ha un contenuto di metalli pesanti (vanadio e nickel) fino a cinque volte più alto, rispetto alle sabbie bituminose.

Le eccezionali concentrazioni di metalli pesanti nel greggio pesante venezuelano hanno creato sfide tecnologiche ed ambientali rilevanti, ma sono ormai anni che il Venezuela esporta greggio pesante e da tempo ci sono raffinerie in grado di processarlo.

In conclusione, il petrolio dell'Orinoco e il bitume canadese sono risorse gemelle: pesanti, sporche, richiedenti tecnologia e energia, con riserve immense che potrebbero dominare il mercato degli oli pesanti. L'Orinoco ha vantaggi geologici derivanti da un'estrazione più facile e dall'accesso al mare, mentre le sabbie canadesi eccellono in stabilità e capacità produttive. Entrambi richiedono tecnologie avanzate per essere competitivi in un'era di transizione energetica, tecnologie che in Canada ci sono ma in Venezuela no. Ma non è che il Venezuela non si ponesse il problema e fosse chiuso a priori sulle collaborazioni tecnologiche. Semplicemente quelle scelte in materia di collaborazione non erano molto gradite a qualcuno in possesso di un bastone molto grosso. E forse questa potrebbe essere una chiave di lettura anche per certe sparate di Trump sul Canada...

venerdì 2 gennaio 2026

AEROPORTI AFFOLATI E RECORD DI ESPATRI

https://www.migrantes.it/rapporto-italiani-nel-mondo-2025-20-anni-di-mobilita-italiana-non-fuga-ne-cervelli-ma-talenti-che-scelgono/

Alla quinta volta che dopo Natale sono arrivato in aeroporto per tornare a nord il cielo era di ametista e turchese - i colori tipici dei crepuscoli invernali dalle mie parti. L'unico terminal era molto affollato, gente in attesa di volare per Palermo, Stansted, Dublino, Charleroi.
La prima volta era stata nel secondo anno di COVID e l'aeroporto era semideserto, con la maggioranza degli esercizi commerciali chiusi, la lista dei voli decimata. Nel corso del 2022 la faccenda si fece velocemente surreale, per poi finire nel più puro grottesco (e nella più disinvolta delle violazioni dei diritti costituzionali, basata su futilità etichettate "scienza"). 

Messaggio di Starbuck, accadeva nel maggio 2022

Ma, sui media italiani tutti, si raccontava che le restrizioni erano le stesse in tutta Europa: una sfacciata menzogna, ripetuta senza mezzo controllo da chiunque su tutti i media. Il tutto nel quadro della difesa a spada tratta della favola della "migliore gestione".

La penultima volta rientravo dopo Natale verso la fine dell'anno che aveva visto il record di espatrio degli italiani. A questo giro nessun nuovo record, ma la tendenza rimane esattamente la stessa. Assai curioso il modo in cui la mette la Fondazione Migrantes, al di là dei dati esposti. 

 

Curioso in primo luogo perché non si parla solo di quello che comunemente si intende per talenti. In secondo luogo metterla come "scelta" è indorare la pillola. Sempre che non si definisca una scelta quella tra la disoccupazione e l'occupazione, quella tra essere working poor e worker tout court. Non si tratta di scelte, si tratta di necessità.

Ma al netto dell'indoratura della pillola, il quadro è perfettamente descritto:

Tra il 2006 e il 2024 l’emigrazione italiana è diventata un fenomeno strutturale. Dopo la crisi del 2008, gli espatri sono cresciuti costantemente, toccando nel 2024 il record storico di 155.732 partenze. L’Europa resta il baricentro della mobilità italiana (76% degli espatri), con Regno Unito, Germania e Svizzera in testa. Negli anni però la mobilità si è fatta più circolare e complessa: si parte, si ritorna, si riparte. Accanto ai giovani, tra gli italiani residenti all’estero crescono anche le donne (+115,9% in vent’anni, dati Aire) e gli over 50, spesso nonni o lavoratori che raggiungono figli e nipoti all’estero. Le costanti? Una spinta migratoria legata a fragilità strutturali del Paese e a un sistema bloccato – lavoro precario, disuguaglianze territoriali, riconoscimento del “merito”. 

E il paese, non patria, non matria ma matrigna per circa un decimo dei suoi cittadini (e oltre), continua ad essere più fragile ogni anno che passa, e ogni anno che passa sempre più impegnato a distruggere valore. Ecco, nella distruzione di valore l'Italia detiene un primato inattaccabile. 

PS: L'impressione generale è che però l'Europa (isole incluse) non sia più una meta sicura: mettersi a fare a spallate con una superpotenza nucleare, con l'altra superpotenza nucleare che ti volta la schiena, non sembra un'idea geniale. 

lunedì 22 dicembre 2025

PAUSA NATALIZIA

E qua inizia la pausa natalizia del blog. Vi faccio gli auguri di Natale con l'ultimo movimento de La Nativitè du Seigneur di Olivier Messiaen, detto anche "la toccata". Si dice che i sinestesici percepiscano con l'accordo finale una forte luce azzurro chiaro.

giovedì 18 dicembre 2025

FACILITAZIONE/RIGORE: DAL PROCESSO SCIENTIFICO AL MORALISMO

Intendiamoci, questo volume, uscito nel 1975  è inevitabilmente datato: i quark vengono confermati sperimentalemente nel 73, i bosoni W e Z nell'83. Ma per tutto quel che riguarda la fisica fino al 1970 andava bene. E pensate un po', Giancarlo Masini era un giornalista scientifico, Come Piero Angela? Non esattamente. Masini aveva una laurea in Chimica, indirizzo chimico-fisico. Potrei ipotizzare che questo abbia fatto una qualche differenza, nella sua attività di giornalista e autore. E potrei ipotizzare che negli anni '80 la sua attività sia andata diradandosi proprio a causa del sorgere del paradigma Quark. Iniziò le pagine scientifiche sul Corriere della Sera e fondò l'UGIS, Unione Giornalisti Italiani Scientifici. Non credo che lasciò la presidenza dell'associazione nell'84 per caso. Il nuovo paradigma, se si guarda cosa fu UGIS e cosa è diventata, non era precisamente adatto alla sua attitudine e alla sua formazione.

Quasi dieci anni fa l'Università di Cambridge pubblicò un'opinione significativa a titolo Accurate science or accessible science in the media – why not both?

Ogni giorno, milioni di persone si rivolgono ai motori di ricerca con preoccupazioni comuni, come "Come posso perdere peso?" o "Come posso essere produttivo?" In cambio, trovano articoli che offrono consigli semplici e soluzioni rapide, presumibilmente basati su ciò che "gli studi hanno dimostrato".

Uno sguardo più attento a questi articoli, tuttavia, rivela una preoccupante assenza di rigore scientifico. Pochi si preoccupano di citare ricerche o discutere le metodologie o i limiti degli studi. Gli autori raramente hanno una formazione scientifica.

Come giovani scienziati provenienti da quattro campi diversi (psicologia, chimica, fisica e neuroscienze), abbiamo notato che gran parte della divulgazione scientifica, in particolare su argomenti più rilevanti per la vita quotidiana dei lettori, attualmente non riesce a risolvere il compromesso tra accessibilità e responsabilità. Risultati rigorosi condivisi dai ricercatori su riviste specializzate sono oscurati dal gergo tecnico e dai paywall, mentre la scienza accessibile condivisa su internet è inaffidabile, non regolamentata e spesso acchiappa-clic.

Se questa crisi della comunicazione è dovuta a una mancanza di voci scientificamente preparate, la soluzione potrebbe essere che più scienziati entrino nell'arena. Gli scienziati hanno le competenze per correggere pubblicamente le interpretazioni errate dei propri dati e di quelli altrui. Sviluppando nuovi modi per diffondere la conoscenza scientifica, possono contribuire a impedire che storie imprecise ed esagerate prendano piede. Sosteniamo che gli scienziati hanno la responsabilità di riformare il modo in cui il loro lavoro viene infine comunicato.

Pare quasi che parlassero delle attuali pagine scientifiche o mediche di Repubblica, de La Stampa o del Corriere della Sera (oggi non esiste un soggetto vagamente simile a Giancarlo Masini, nel campo). Ma direi di più. E' la stessa finalità della comunicazione scientifica ad essere mutata nel profondo, anche sulla spinta di scelte editoriali precise: dal racconto del processo scientifico alla ricerca del puro sense of wonder (che ha molto a che fare con lo spettacolo e molto poco con un qualsiasi metodo o processo), che ha finito per condensarsi negli ultimi anni in un bieco moralismo.

Cosa intendevano gli autori dell'opinione sopra citata per literacy? E la loro literacy era la stessa dei drop out del sistema accademico che dopo un paio di post doc hanno scelto la comunicazione della scienza come mestiere?

Restano domande aperte. E politiche, perché se la comunicazione della scienza da anni ha contribuito a costruire il simulacro scientifico, il nocciolo della questione è: può la comunicazione della scienza restare fuori dalle dinamiche del potere di turno? Forse sì. Smettendo di raccontare la favola bella, le magnifiche sorti e progressive, smettendo di essere rossa o blu, finendola con i cautionary tales.

PS: Chi è colui che scrisse l'introduzione a quel libro di Masini? Uno che si era specializzato a Bruxelles negli anni 50 dello scorso secolo con R. Defay e Prigogine... Enzo Ferroni dopo la specializzazione divenne uno dei massimi nomi della chimica della conservazione dei beni culturali, per decenni. Alla sua morte, The Independent gli dedicò un necrologio. Potete prendere un libro divulgativo italiano recente, vedere chi ha scritto l'introduzione e fare i vostri confronti.